Ci sono colleghi con cui non andiamo d’accordo.
Succede.
Persone con caratteri diversi dal nostro, modi di comunicare che ci infastidiscono, abitudini che troviamo incomprensibili.
Questo non significa necessariamente avere davanti un collega tossico.
Nel corso della mia carriera da recruiter e head hunter ho lavorato in ambienti estremamente competitivi. Ho visto nascere amicizie profonde tra colleghi, ma ho visto anche persone che, pur lavorando per la stessa azienda e apparentemente per lo stesso obiettivo, finivano per comportarsi come concorrenti.
Informazioni trattenute.
Clienti considerati territorio personale.
Successi degli altri vissuti quasi come sconfitte proprie.
Discussioni su chi avesse fatto cosa.
Persone che collaboravano ufficialmente, ma che nella pratica cercavano continuamente di proteggere il proprio spazio.
Con il tempo ho capito una cosa importante:
non sempre il collega tossico nasce tossico. A volte è l’ambiente di lavoro a creare le condizioni perché le persone inizino a comportarsi in quel modo.
Per questo, quando hai problemi con un collega, la domanda non dovrebbe essere soltanto:
“Questa persona è tossica?”
Dovresti chiederti anche:
“Che cosa sta premiando l’azienda in cui lavoriamo?”
Perché se l’organizzazione premia la competizione interna, tollera comportamenti scorretti e mette continuamente le persone una contro l’altra, il problema potrebbe essere molto più grande del collega seduto alla scrivania accanto alla tua.
Cosa significa davvero avere un collega tossico?
Un collega tossico non è semplicemente una persona difficile.
Non è quello che una mattina arriva nervoso.
Non è il collega che una volta ti risponde male.
Non è neanche necessariamente qualcuno con cui hai avuto un conflitto.
Al lavoro siamo sotto pressione, abbiamo personalità differenti e possiamo commettere errori.
Il problema nasce quando alcuni comportamenti diventano ripetitivi e iniziano a compromettere la fiducia, la collaborazione e il tuo modo di lavorare.
Un collega può diventare problematico quando, per esempio:
- trasforma ogni risultato in una competizione;
- usa le informazioni come forma di potere;
- cerca continuamente di mettersi in luce a discapito degli altri;
- attribuisce a sé i successi e agli altri gli errori;
- alimenta gossip e conflitti;
- svaluta il lavoro altrui;
- ti costringe a stare costantemente sulla difensiva.
Ma prima di etichettare qualcuno come tossico bisogna osservare il comportamento nel tempo.
Perché una singola azione può essere un errore.
Un modello ripetuto è un’altra cosa.
1. Trasforma tutto in una competizione
Esistono lavori nei quali una componente competitiva è inevitabile.
Commerciali con obiettivi individuali.
Consulenti valutati sul fatturato.
Professionisti che competono per una promozione.
Di per sé non c’è nulla di strano.
Il problema nasce quando il collega smette di vederti come una persona con cui raggiungere un obiettivo comune e inizia a considerarti qualcuno da battere.
Il tuo successo diventa una sua sconfitta.
Una promozione data a te diventa qualcosa che è stato tolto a lui.
Un complimento ricevuto dal capo diventa una minaccia.
Un cliente che ti sceglie diventa un cliente che lui ha perso.
Ho vissuto personalmente ambienti di lavoro nei quali questo meccanismo era portato all’estremo.
Formalmente eravamo colleghi.
Nella pratica, spesso eravamo concorrenti seduti nello stesso open space.
Ciascuno proteggeva il proprio territorio.
I propri clienti.
Le proprie informazioni.
Le proprie opportunità.
E questo porta inevitabilmente a una domanda:
se per permettere a me di vincere è necessario che perda il mio collega, siamo davvero una squadra?
Un collega tossico vive spesso il tuo risultato come qualcosa da ridimensionare.
Un buon collega può voler crescere, ottenere una promozione o guadagnare più di te.
Ma può farlo senza desiderare che tu fallisca.
2. Trattiene le informazioni che potrebbero aiutarti
Questa è una dinamica molto meno evidente.
Immagina di aver bisogno di un’informazione per completare un’attività.
Il tuo collega la possiede.
Potrebbe dartela in trenta secondi.
Ma non lo fa.
Oppure ti risponde parzialmente.
Oppure scopri in seguito che sapeva qualcosa che avrebbe potuto evitarti un errore.
Perché?
A volte per disorganizzazione.
A volte semplicemente perché non aveva capito che ti servisse.
Ma in alcuni ambienti le informazioni diventano una forma di potere.
Io so qualcosa che tu non sai.
E finché quella conoscenza rimane soltanto mia, mantengo un piccolo vantaggio competitivo.
L’ho visto succedere molte volte nel mondo della selezione del personale.
Le informazioni sui clienti erano preziose.
Sapere che un’azienda stava assumendo, conoscere il nome del responsabile HR o sapere che si sarebbe aperta una determinata ricerca poteva trasformarsi rapidamente in un’opportunità commerciale.
Il risultato era prevedibile.
Invece di condividere, si proteggeva.
Invece di collaborare, si custodiva.
Ed è facile capire cosa succede quando questo modello diventa normale.
La fiducia sparisce.
Ogni informazione diventa una moneta.
E i colleghi iniziano a chiedersi non più:
“Come possiamo risolvere questo problema?”
ma:
“Che cosa mi conviene condividere?”
Se riconosci frequentemente dinamiche di questo tipo, vale la pena chiederti se il problema appartenga soltanto alla persona o faccia parte di un vero ambiente di lavoro tossico.
3. Si prende i meriti e distribuisce le colpe
C’è un tipo di collega che sembra avere una straordinaria capacità di trovarsi sempre dalla parte giusta della storia.
Quando un progetto funziona:
“Abbiamo seguito la strategia che avevo proposto.”
Quando qualcosa va male:
“Avevo segnalato il problema, ma poi è stato deciso diversamente.”
Quando un risultato viene raggiunto, il suo contributo diventa enorme.
Quando arriva un errore, improvvisamente il lavoro era di qualcun altro.
Non sempre avviene in modo plateale.
A volte basta una frase durante una riunione.
Un dettaglio omesso.
Una mail nella quale vengono evidenziate soltanto determinate responsabilità.
Una presentazione in cui un lavoro collettivo viene raccontato come personale.
Il problema non è soltanto l’ingiustizia.
È ciò che succede dopo.
Inizi a voler lasciare traccia di tutto.
Metti persone in copia.
Salvi messaggi.
Precisi continuamente chi ha deciso cosa.
Non perché ami la burocrazia.
Perché hai imparato che, se qualcosa andrà storto, potresti dover dimostrare di non esserne responsabile.
E quando passi più tempo a proteggerti dai colleghi che a lavorare con loro, la qualità dell’ambiente sta già raccontando qualcosa.
4. Ti svaluta, soprattutto quando qualcuno guarda
Alcuni colleghi criticano apertamente.
Altri sono molto più raffinati.
Non ti dicono:
“Non sei capace.”
Dicono:
“Beh, questa cosa forse è un po’ complessa per chi non la segue da tanto.”
Oppure:
“Sì, il lavoro è buono, anche se naturalmente andrebbe rivisto.”
Oppure ancora, davanti al responsabile:
“Ti avevo detto come fare, ricordi?”
Piccoli interventi.
Battute.
Correzioni non necessarie.
Puntualizzazioni.
Presi singolarmente sembrano quasi insignificanti.
Ripetuti nel tempo possono costruire una narrazione precisa: io sono competente, tu un po’ meno.
Ed è qui che bisogna stare attenti.
Il collega tossico non sempre cerca lo scontro aperto.
A volte cerca semplicemente di spostare lentamente la percezione degli altri.
Per questo è utile osservare quando avvengono determinati comportamenti.
Ti corregge anche quando siete soli?
Oppure le osservazioni arrivano soprattutto quando è presente il capo?
Ti aiuta davvero?
Oppure utilizza le tue difficoltà per dimostrare il proprio valore?
La differenza è sostanziale.
5. Alimenta continuamente il gossip
Il gossip esiste praticamente in ogni organizzazione.
Sarebbe ingenuo pensare il contrario.
Ma esiste una differenza tra una chiacchiera occasionale e una persona che costruisce continuamente relazioni attraverso il giudizio sugli altri.
Il collega tossico può trasformare le informazioni personali, le difficoltà professionali e gli errori dei colleghi in materiale sociale.
“Lo sai cosa ha fatto?”
“Non dovrei dirtelo, però…”
“Te lo dico solo perché mi fido di te.”
“Tra noi…”
Fai attenzione soprattutto a una dinamica.
Se una persona passa molto tempo a raccontarti dettagli negativi sugli altri colleghi, è ragionevole chiederti cosa racconti agli altri di te.
Il problema non è soltanto morale.
Il gossip costante crea fazioni.
Gruppi.
Alleanze.
Persone delle quali fidarsi e persone dalle quali proteggersi.
E lentamente l’energia del gruppo smette di essere dedicata al lavoro.
Viene utilizzata per leggere le dinamiche politiche dell’ufficio.
Chi sta con chi?
Chi ha detto cosa?
Chi piace al responsabile?
Chi rischia?
Chi verrà promosso?
Un ambiente nel quale devi comprendere continuamente queste dinamiche diventa estenuante.
6. Vive il tuo successo come una minaccia
Questo è forse uno dei segnali più semplici da osservare.
Hai ottenuto un buon risultato.
Come reagisce?
Un collega sano può essere competitivo e perfino invidioso.
Siamo esseri umani.
Ma riesce comunque a riconoscere ciò che hai fatto.
Il collega tossico tende invece a ridimensionarlo.
“Beh, avevi il cliente più semplice.”
“Se avessi avuto quel progetto anch’io…”
“Ti è andata bene.”
“Il capo ti ha aiutato.”
“Vediamo il mese prossimo.”
Il tuo risultato deve essere spiegato.
Ridotto.
Contestualizzato.
Quasi mai semplicemente riconosciuto.
Perché riconoscere il tuo valore significherebbe, nella sua percezione, diminuire il proprio.
Ed è qui che torniamo ancora una volta alla cultura dell’azienda.
Se l’organizzazione presenta continuamente classifiche, confronta pubblicamente le persone, premia soltanto i primi e utilizza i risultati degli uni per mettere pressione sugli altri, non dovrebbe sorprendersi se alcuni colleghi iniziano a vivere il successo altrui come una minaccia.
I comportamenti non nascono nel vuoto.
Le aziende creano incentivi.
E gli incentivi modificano i comportamenti.
7. Ti accorgi che con lui sei sempre sulla difensiva
Questo, per me, è il segnale più importante.
Osserva te stesso.
Come ti comporti quando quella persona è presente?
Controlli maggiormente quello che dici?
Eviti di raccontare alcune informazioni?
Rileggi tre volte una mail prima di inviarla?
Senti il bisogno di mettere sempre qualcuno in copia?
Ti prepari mentalmente prima di una riunione?
Hai paura che una tua frase venga utilizzata contro di te?
Quando commetti un errore, la tua prima preoccupazione non è risolverlo ma pensare a come reagirà quella persona?
Una relazione professionale sana non richiede amicizia.
Non devi andare a cena con i colleghi.
Non devi raccontare loro la tua vita.
Non devi nemmeno necessariamente trovarteli simpatici.
Ma dovrebbe esserci una base minima di fiducia.
Se invece passi gran parte del tempo a proteggerti, il problema non è più soltanto una differenza caratteriale.
Collega tossico o semplice conflitto?
Questa distinzione è fondamentale.
Due persone possono litigare senza che nessuna delle due sia tossica.
Puoi avere valori differenti.
Metodi di lavoro opposti.
Priorità diverse.
Puoi pensare che il tuo collega sia disorganizzato mentre lui pensa che tu sia troppo rigido.
Potete persino non sopportarvi.
Non necessariamente c’è tossicità.
Un conflitto sano può essere duro, ma rimane centrato sul problema.
“Non sono d’accordo con questa decisione.”
“Secondo me questa attività doveva essere gestita diversamente.”
“Abbiamo bisogno di chiarire le responsabilità.”
Il conflitto diventa molto più problematico quando si sposta dalla questione alla persona.
Quando l’obiettivo non è più risolvere qualcosa.
È vincere.
Ridimensionare.
Punire.
Escludere.
Mettere l’altro in cattiva luce.
Questa è una distinzione importante anche per evitare un errore sempre più frequente: definire “tossica” qualsiasi persona con cui abbiamo una relazione difficile.
Non tutto ciò che ci disturba è tossico.
Ma non tutto ciò che abbiamo imparato a sopportare è normale.
E se fosse l’azienda a rendere tossici i colleghi?
Questa è la domanda che, secondo me, rende tutta la questione molto più interessante.
Perché alcune aziende sembrano produrre continuamente conflitti?
Perché in determinati uffici le informazioni vengono condivise spontaneamente e in altri vengono difese?
Perché alcuni team festeggiano il successo di un collega mentre in altri viene vissuto come un problema?
La risposta non può essere sempre:
“Ci sono persone cattive.”
Le persone contano.
Ma conta anche il sistema dentro il quale vengono inserite.
Ho lavorato per anni in ambienti nei quali la competizione interna era fortissima.
Il ragionamento era semplice.
Se aumenti la competizione tra le persone, aumenteranno anche i risultati.
In parte può funzionare.
Almeno nel breve periodo.
Ma che cosa succede quando porto questo principio all’estremo?
Se il cliente che acquisisci tu è un cliente che non acquisisco io, avrò davvero interesse ad aiutarti?
Se per essere considerato il migliore ho bisogno che i tuoi risultati siano peggiori dei miei, festeggerò davvero quando raggiungerai il tuo obiettivo?
Se la promozione dipende da una classifica permanente, quanto sarò disposto a condividere ciò che so?
Se il manager utilizza continuamente i numeri di un collega per mettere pressione agli altri, che rapporto nascerà tra quelle persone?
Ed è qui che il collega tossico può diventare anche il sintomo di un problema organizzativo.
Non voglio deresponsabilizzare nessuno.
Ognuno rimane responsabile dei propri comportamenti.
Ma se dieci persone diverse, inserite nello stesso sistema, iniziano a comportarsi nello stesso modo, forse vale la pena smettere di analizzare soltanto le dieci persone.
Forse bisogna guardare il sistema.
È lo stesso principio che ho approfondito parlando del capo tossico e dei segnali per riconoscere una leadership tossica.
A volte il responsabile è il problema.
Altre volte anche il responsabile sta semplicemente replicando una cultura che arriva dall’alto.
Quando il capo alimenta il conflitto tra colleghi
C’è poi un elemento decisivo: il comportamento del responsabile.
Un buon manager dovrebbe intercettare le dinamiche distruttive prima che diventino cultura.
Se due persone competono in maniera malsana, interviene.
Se qualcuno si prende sistematicamente i meriti degli altri, se ne accorge.
Se le informazioni non circolano, crea sistemi che ne favoriscono la condivisione.
Se emerge un conflitto, prova a riportarlo sui fatti.
Un capo tossico può invece fare esattamente l’opposto.
Può utilizzare il confronto tra le persone per aumentare la pressione.
“Guarda quanto ha fatto lui.”
“Lei riesce a raggiungere gli obiettivi.”
“Il tuo collega non si lamenta.”
“Lui resta fino alle otto.”
Ed ecco che il collega non è più un collega.
Diventa il metro attraverso il quale viene misurato il tuo valore.
Non sorprende che da qui possano nascere rivalità.
Un manager dovrebbe chiedersi:
“Come faccio a far funzionare meglio queste persone insieme?”
Non:
“Come posso metterle una contro l’altra per ottenere qualcosa in più?”
Come comportarsi con un collega tossico
Capire che una relazione professionale è problematica non significa automaticamente dover iniziare una guerra.
Anzi.
La prima regola è esattamente l’opposto.
Non entrare nel suo gioco.
Se qualcuno vive di competizione, non trasformare ogni situazione in una competizione.
Se alimenta gossip, non consegnargli altro gossip.
Se provoca, non rispondere necessariamente sullo stesso piano.
Se usa le informazioni in modo strategico, diventa più consapevole di ciò che condividi.
Soprattutto, prova a lavorare sui fatti.
Rendi chiare attività e responsabilità
Quando una relazione è difficile, l’ambiguità diventa terreno fertile per i conflitti.
Chi doveva fare cosa?
Chi aveva preso quella decisione?
Chi doveva consegnare?
Qual era la scadenza?
Più questi elementi sono chiari, meno spazio rimane alle interpretazioni.
Non significa trasformare ogni comunicazione in un atto notarile.
Significa lavorare con maggiore chiarezza.
Non partecipare al gossip
Può essere difficile.
Il gossip crea appartenenza.
Quando qualcuno ti racconta qualcosa di riservato puoi perfino sentirti importante.
“Si fida di me.”
Forse.
Oppure sta semplicemente utilizzando con te lo stesso comportamento che utilizza con tutti.
Ridurre la partecipazione a queste dinamiche è una delle forme più semplici di protezione.
Costruisci altre relazioni
Uno degli errori peggiori è isolarsi.
Se hai un rapporto difficile con una persona, non lasciare che quella relazione diventi l’intero ambiente di lavoro.
Parla con altri colleghi.
Collabora.
Costruisci rapporti professionali sani.
Comprendi come gli altri vivono il contesto.
Questo ti aiuta anche a rispondere a una domanda fondamentale:
il problema è soltanto tra me e questa persona oppure lo vedono tutti?
Quando serve, affronta direttamente il problema
Non sempre è possibile.
E dipende molto dalla situazione.
Ma in alcuni casi un confronto diretto può chiarire dinamiche che altrimenti continueranno a peggiorare.
Meglio partire dai comportamenti.
Non:
“Sei una persona tossica.”
Ma:
“Quando durante le riunioni correggi il mio lavoro prima che io abbia terminato di presentarlo, faccio fatica a gestire la situazione. Preferirei che eventuali osservazioni arrivassero dopo.”
Il primo messaggio attacca l’identità.
Il secondo descrive un comportamento.
E questo aumenta almeno la possibilità di un confronto utile.
Devo parlarne con il capo?
Dipende.
Prima di tutto devi capire che ruolo ha il capo nella dinamica.
Non dare automaticamente per scontato che non sappia.
Potrebbe sapere benissimo cosa sta succedendo.
E potrebbe persino considerarlo positivo.
Se invece pensi che il responsabile sia realmente interessato a migliorare il funzionamento del team, un confronto può avere senso.
Anche qui, però, porterei fatti.
Non:
“Non sopporto più Marco.”
Ma:
“Nelle ultime tre settimane sono accaduti questi tre episodi. Vorrei capire come possiamo rendere più chiare responsabilità e comunicazioni.”
In questo modo stai portando un problema organizzativo.
Non una semplice antipatia.
Quando il collega tossico diventa un segnale di azienda tossica
Ora allarghiamo definitivamente lo sguardo.
Hai un collega problematico.
Il responsabile lo sa.
Le Risorse Umane lo sanno.
Gli altri colleghi lo sanno.
Il comportamento continua.
Magari quella persona porta molti risultati.
Magari ha clienti importanti.
Magari è lì da vent’anni.
E quindi tutto viene tollerato.
A questo punto la domanda cambia.
Il problema non è più:
“Perché questa persona si comporta così?”
Il problema diventa:
“Perché l’azienda permette che questa persona si comporti così?”
Un ambiente di lavoro non è definito soltanto dai valori scritti sul sito.
È definito anche dai comportamenti che decide di tollerare.
Puoi scrivere:
“Le persone sono al centro.”
Ma se lasci che chi produce molto possa trattare male gli altri senza conseguenze, hai già comunicato quali siano davvero le priorità.
È uno dei motivi per cui consiglio sempre di osservare i segnali di un ambiente di lavoro tossico nel loro insieme e non fermarsi al singolo episodio.
Devo cambiare lavoro per colpa di un collega?
Non necessariamente.
Sarebbe assurdo consigliare di cambiare lavoro automaticamente per una relazione difficile.
Prima bisogna comprendere il contesto.
Il problema è circoscritto?
Può essere gestito?
Il responsabile interviene?
Esistono possibilità di cambiare team?
La relazione sta migliorando o peggiorando?
Quanto sta incidendo sul tuo lavoro?
E soprattutto:
quanto ti sta costando questa situazione?
Perché anche rimanere ha un costo.
Tempo.
Energia.
Motivazione.
Concentrazione.
Possibilità di crescita.
Se trascorri ogni giornata pensando principalmente a come difenderti da una persona, quella relazione sta occupando uno spazio enorme nella tua vita professionale.
A quel punto può avere senso iniziare a valutare alternative.
Non necessariamente dimetterti domani mattina.
Ma costruire una strategia.
Ne parlo approfonditamente nell’articolo dedicato a come cambiare lavoro e uscire da un ambiente di lavoro tossico con metodo.
Attenzione a non ritrovare gli stessi colleghi nella prossima azienda
Quando vuoi cambiare lavoro perché non sopporti più l’ambiente attuale, è facile idealizzare qualsiasi altra azienda.
“Peggio di così non può essere.”
Purtroppo può.
Per questo la ricerca del nuovo lavoro dovrebbe essere anche un processo di selezione dell’azienda.
Già dall’annuncio puoi cogliere alcuni segnali.
Ho raccolto quelli che considero più importanti nell’articolo sugli annunci di lavoro tossici e le red flag da riconoscere prima di candidarsi.
Poi arriva il colloquio.
E quello è un momento prezioso.
Chiedi come funziona il team.
Come vengono condivisi gli obiettivi.
Come viene valutata la performance.
Perché la posizione è aperta.
Da quanto tempo lavorano lì le persone del gruppo.
Come vengono gestiti i conflitti.
Non utilizzare il colloquio soltanto per convincere l’azienda ad assumerti.
Utilizzalo anche per capire dove stai entrando.
Su questo puoi approfondire la mia guida su come riconoscere un ambiente di lavoro tossico durante il colloquio.
Perché cambiare lavoro serve a poco se finisci nello stesso ambiente con colleghi diversi.
Il problema non è sempre il collega
Questa è forse la riflessione più importante che voglio lasciare.
Quando una relazione professionale non funziona, è naturale concentrarsi sulla persona che abbiamo davanti.
È arrogante.
È competitivo.
È invidioso.
È scorretto.
A volte è proprio così.
Ma altre volte guardiamo soltanto l’ultimo anello della catena.
Per anni ho lavorato in ambienti nei quali l’organizzazione spingeva continuamente le persone verso la competizione.
Ognuno aveva i propri obiettivi.
Il proprio fatturato.
I propri clienti.
Le proprie informazioni.
E inevitabilmente nascevano tensioni.
Con il tempo mi sono reso conto che uno dei valori professionali per me più importanti è invece la collaborazione.
Non perché sia una parola bella da mettere nelle presentazioni aziendali.
Perché le persone lavorano meglio quando non devono difendersi continuamente da chi siede accanto a loro.
Un’azienda può creare competizione sana.
Può premiare i risultati.
Può pretendere moltissimo.
Ma dovrebbe evitare di costruire un sistema nel quale per emergere io abbia bisogno che tu scompaia.
Perché a quel punto non ha creato un team.
Ha semplicemente messo alcuni concorrenti nella stessa stanza.
Ho scritto “Aziende tossiche” anche per questo
Molte delle dinamiche raccontate in questo articolo non arrivano soltanto dal mio lavoro attuale come consulente di carriera.
Le ho viste.
Alcune le ho vissute.
Per anni ho lavorato nella selezione del personale e nell’head hunting, in ambienti fortemente orientati a numeri, KPI, fatturato e competizione.
È anche da quelle esperienze che è nato il mio libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità”.
Perché quando parliamo di ambiente tossico tendiamo spesso a cercare un colpevole.
Il capo.
Il collega.
Le Risorse Umane.
Il titolare.
Ma un’azienda è un sistema.
E per capire davvero cosa sta succedendo bisogna osservare le relazioni tra tutte queste parti.
Nel libro parto proprio dalla consapevolezza del problema per arrivare alla domanda più difficile:
che cosa faccio adesso?
Rimanere?
Provare a cambiare qualcosa?
Cercare un’altra azienda?
E soprattutto: come evitare di ripetere la stessa storia?
Se ti riconosci in alcune delle dinamiche raccontate qui, trovi “Aziende tossiche” su Amazon.
Il vero segnale di un collega tossico
Se dovessi scegliere un solo segnale, non sceglierei il gossip.
Non sceglierei la competizione.
Non sceglierei neanche il collega che cerca di prendersi un merito che non gli appartiene.
Guarderei ancora una volta cosa succede a te.
Con quella persona puoi lavorare liberamente?
Puoi condividere un’informazione senza chiederti come verrà utilizzata?
Puoi commettere un errore senza temere che venga trasformato in un’arma?
Puoi ottenere un buon risultato senza doverti quasi giustificare?
Puoi esprimere un’opinione diversa?
Puoi lavorare senza stare continuamente sulla difensiva?
Se la risposta è sempre no, allora vale la pena fermarsi.
Ma prima di concludere:
“Ho un collega tossico.”
fatti un’ultima domanda:
“È questa persona a rendere tossico il mio ambiente di lavoro, oppure è questo ambiente di lavoro che sta rendendo tossiche le persone?”
La risposta potrebbe cambiare completamente quello che deciderai di fare dopo.



















