“Vorremmo fissare un colloquio conoscitivo.”
Se hai cercato lavoro almeno una volta, probabilmente hai ricevuto una telefonata o una mail con questa frase.
È una delle espressioni più utilizzate nel mondo della selezione del personale. Eppure, a pensarci bene, dice pochissimo.
Conoscitivo di cosa? Per conoscere chi? E soprattutto: cosa vuole realmente sapere il recruiter durante quell’incontro?
Dopo più di dieci anni trascorsi nella ricerca e selezione del personale, posso dirti che dietro un colloquio conoscitivo possono esserci diversi livelli.
Il primo è quello più evidente: capire chi sei professionalmente e se il tuo profilo può essere interessante.
Ma non sempre finisce lì.
Cos’è un colloquio conoscitivo?
In termini semplici, il colloquio conoscitivo è un incontro tra un candidato e un’azienda o un recruiter finalizzato ad approfondire il suo profilo professionale.
Il selezionatore vuole comprendere meglio ciò che un curriculum può raccontare solo parzialmente.
Per esempio:
- cosa hai fatto realmente nelle esperienze precedenti;
- quali competenze hai sviluppato;
- perché stai pensando di cambiare lavoro;
- quali sono le tue aspettative professionali;
- che cosa stai cercando nella prossima esperienza;
- quanto il tuo percorso è coerente con la posizione o con le opportunità che il recruiter sta gestendo.
Domande come “Parlami di te”, “Perché vuoi cambiare lavoro?”, “Quali sono i tuoi punti di forza?” oppure “Cosa sai della nostra azienda?” non vengono poste per riempire il tempo.
Servono a costruire un’immagine professionale di te che vada oltre le informazioni contenute nel CV.
Ed è proprio per questo che considerare il colloquio una semplice chiacchierata è un errore.
“È solo un colloquio conoscitivo”: l’errore da non fare
Ho incontrato moltissimi candidati convinti che, trattandosi di un primo incontro, non fosse necessario prepararsi particolarmente.
“Vediamo cosa mi chiedono.”
“È solo conoscitivo.”
“Vado e gli racconto quello che faccio.”
Il problema è che il colloquio è già parte della selezione.
Il recruiter sta osservando la tua capacità di raccontare il tuo percorso, la chiarezza delle tue motivazioni, la coerenza delle tue scelte e il modo in cui presenti il valore che puoi portare.
Questo non significa imparare risposte a memoria.
Significa sapere cosa vuoi raccontare.
Puoi approfondire questo aspetto anche nel mio articolo su come riconoscere un ambiente di lavoro tossico già durante il colloquio.
Cosa vuole sapere davvero il recruiter?
Una parte importante del colloquio serve a verificare la coerenza tra ciò che stai cercando e ciò che l’azienda può offrirti.
Il recruiter cercherà quindi di comprendere almeno tre elementi.
La tua motivazione al cambiamento
Perché sei lì?
Vuoi semplicemente guadagnare di più? Non sopporti più il tuo capo? Cerchi maggiori responsabilità? Vuoi cambiare settore? Non vedi più possibilità di crescita?
La motivazione al cambiamento racconta moltissimo del candidato.
Ecco perché una risposta generica come:
“Cerco nuovi stimoli”
dice molto meno di quanto probabilmente immagini.
Devi essere in grado di spiegare con chiarezza da dove stai partendo e verso cosa vuoi andare.
Le tue competenze reali
Il curriculum può dire che hai ricoperto un determinato ruolo.
Il recruiter, però, vuole capire cosa sai fare davvero.
Quali responsabilità avevi? Quali risultati hai ottenuto? Quali problemi hai gestito? Quanto eri autonomo?
Il colloquio permette di trasformare un elenco di esperienze in una storia professionale.
Le tue aspettative
Il recruiter deve anche capire cosa stai cercando.
Ruolo, responsabilità, evoluzione professionale, tipologia di azienda: più hai chiaro il tuo obiettivo, più sarà semplice comprendere se esiste una reale compatibilità.
E questo vale anche per te.
Perché non sei soltanto tu a dover essere adatto all’azienda: anche l’azienda deve essere adatta a te.
Ma c’è un’altra cosa che ho imparato facendo il recruiter
Qui arriviamo alla parte di cui si parla molto meno.
Per anni ho lavorato anche come headhunter nelle società di ricerca e selezione.
E in quel mondo il recruiter non svolge necessariamente soltanto attività di selezione.
Può avere anche una componente commerciale del proprio lavoro: trovare aziende clienti, conoscere il mercato e individuare nuove opportunità di business.
Questo significa che alcune informazioni possedute dal candidato possono essere particolarmente interessanti per il recruiter.
Per esempio, sapere che un’azienda sta assumendo personale, conoscere la struttura di un reparto oppure sapere chi gestisce determinate decisioni può rappresentare un’informazione utile per chi deve sviluppare nuovi clienti.
Quando venni formato come headhunter, uno dei concetti che imparai fu proprio questo: il candidato non era soltanto qualcuno da valutare.
Era anche una possibile fonte di informazioni sul mercato.
Ed è utile che anche tu lo sappia.
Quando il recruiter sembra molto interessato alla tua azienda
Immagina questa situazione.
Stai raccontando la tua esperienza professionale e, improvvisamente, le domande iniziano a spostarsi.
“Quante persone ci sono nel vostro ufficio?”
“State assumendo?”
“Chi gestisce le selezioni?”
“Come è organizzato quel reparto?”
“Chi è il responsabile?”
Singolarmente possono essere domande assolutamente comprensibili per ricostruire il tuo ruolo.
Il punto è capire dove sta andando la conversazione.
Se per comprendere la tua esperienza è necessario sapere che coordini otto persone, è perfettamente sensato che il recruiter te lo chieda.
Se invece l’incontro sembra progressivamente concentrarsi più sulla mappa della tua azienda che sulla tua candidatura, puoi chiederti quale sia il vero obiettivo di quella parte della conversazione.
Durante i miei anni nel recruitment ho visto quanto determinate informazioni potessero avere valore commerciale.
Per questo il candidato deve essere disponibile e trasparente sul proprio percorso, ma anche consapevole di quello che sta raccontando e del motivo per cui gli viene chiesto.
Non serve diventare sospettosi.
Serve capire il gioco che si sta giocando.
Un colloquio conoscitivo non è un interrogatorio
C’è poi un principio che considero fondamentale.
Il colloquio non dovrebbe essere:
recruiter domanda → candidato risponde → recruiter giudica.
Tu hai diritto di utilizzare quell’incontro per raccogliere informazioni esattamente come sta facendo chi hai davanti.
Che tipo di ruolo è?
Perché la posizione è aperta?
Cosa si aspettano dalla persona?
Come è organizzata l’azienda?
Quali possibilità di crescita esistono?
Qual è lo stile con cui viene condotto il colloquio?
Le risposte — e talvolta anche il modo in cui vengono date — possono aiutarti a capire molto dell’ambiente nel quale potresti entrare.
È lo stesso principio che approfondisco quando parlo di annunci di lavoro tossici: il processo di selezione non serve soltanto all’azienda per scegliere te. Serve anche a te per scegliere l’azienda.
Come prepararsi a un colloquio conoscitivo
La preparazione non consiste nell’imparare cinquanta risposte standard.
Partirei da cinque aspetti.
1. Devi conoscere te stesso professionalmente
Devi sapere quali sono le tue competenze, i tuoi risultati, i tuoi obiettivi e ciò che stai cercando.
Se non riesci tu a spiegare chi sei professionalmente, difficilmente potrà capirlo chi ti incontra per la prima volta.
2. Studia l’azienda
Presentarsi senza conoscere praticamente nulla dell’organizzazione con cui stai parlando significa rinunciare a una parte importante della preparazione.
Il colloquio non comincia quando accendi la videocamera o entri nella sala riunioni.
Comincia prima.
3. Cerca di capire chi ti intervisterà
Recruiter interno, headhunter esterno, responsabile HR, futuro manager: persone diverse possono osservare aspetti differenti del tuo profilo.
Sapere chi avrai davanti ti permette di arrivare all’incontro con maggiore consapevolezza.
4. Prepara le domande più prevedibili
Molti colloqui utilizzano schemi ricorrenti.
Perché vuoi cambiare?
Raccontami il tuo percorso.
Quali sono i tuoi punti di forza?
Perché ti interessa questa opportunità?
Non puoi sapere esattamente cosa ti verrà chiesto, ma puoi sicuramente evitare di arrivare completamente impreparato sulle domande più prevedibili.
5. Impara a raccontare il tuo percorso
Una buona esperienza professionale raccontata male rischia di sembrare molto meno interessante di quanto sia realmente.
Il colloquio è anche narrazione.
Non devi inventare nulla né costruire un personaggio.
Devi riuscire a collegare esperienze, competenze, risultati e motivazioni in una storia professionale comprensibile.
Il colloquio serve anche a capire dove stai entrando
C’è un ultimo aspetto che spesso viene dimenticato.
Un colloquio ben condotto dovrebbe concentrarsi prevalentemente sulla tua sfera professionale: percorso, competenze, motivazioni, aspettative e caratteristiche della posizione.
Quando invece il dialogo prende direzioni molto lontane dal lavoro oppure emergono dinamiche che ti mettono a disagio, vale la pena fermarsi e osservare.
Non perché una singola frase debba automaticamente trasformare un’azienda in un ambiente tossico.
Ma perché il processo di selezione rappresenta uno dei primi momenti in cui puoi osservare direttamente l’organizzazione dall’interno.
Il modo in cui vieni trattato, le domande che ricevi e ciò che emerge durante il confronto sono informazioni.
Non ignorarle.
Se vuoi approfondire questi segnali, trovi qui la mia guida su come riconoscere un ambiente di lavoro tossico.
E dopo il colloquio?
Quando termina un colloquio, non limitarti a chiederti:
“Secondo me mi prenderanno?”
Fatti anche altre domande.
Come ho risposto?
In quali momenti sono stato poco chiaro?
C’è qualche domanda che mi ha sorpreso?
Ho capito meglio cosa prevede realmente il ruolo?
Mi è piaciuto ciò che ho visto dell’azienda?
Ci sono aspetti che voglio approfondire nel prossimo incontro?
Ogni colloquio può servirti a migliorare quello successivo.
E se, dopo l’incontro, il recruiter non dovesse più farsi sentire, ho dedicato un approfondimento proprio a cosa succede quando il recruiter non risponde dopo il colloquio.
Quindi, cosa significa davvero “colloquio conoscitivo”?
Significa certamente conoscersi.
Ma non nel senso innocuo che può suggerire l’espressione.
Il recruiter sta raccogliendo informazioni per capire chi sei, cosa sai fare, cosa vuoi e se puoi essere interessante per una determinata opportunità.
A volte, soprattutto quando hai davanti un headhunter che svolge anche attività commerciale, può essere interessato anche ad altre informazioni che emergono dalla conversazione.
E contemporaneamente tu dovresti fare esattamente la stessa cosa: raccogliere informazioni.
Sul ruolo.
Sull’azienda.
Sulle persone.
Sulla cultura che inizi a intravedere.
Il vero errore è entrare a un colloquio pensando di essere soltanto la persona che deve essere valutata.
Il colloquio è un incontro tra due parti che devono decidere se ha senso proseguire insieme.
Ed essere consapevoli di ciò che accade durante quell’ora può fare una differenza enorme.
Se vuoi approfondire le dinamiche degli ambienti di lavoro malsani e imparare a riconoscere i segnali prima di ritrovarti intrappolato in un’altra situazione sbagliata, nel mio libro Aziende Tossiche racconto ciò che ho osservato in anni di lavoro nel recruitment e nei percorsi di consulenza di carriera.
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Chi sono
Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e formatore.
Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.
Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.
Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente a info@jacopobagaglio.it



















