“Un po’ di competizione fa bene.”
È una frase che nel mondo del lavoro sentiamo spesso.
E in parte è anche vera.
Una forma sana di competizione può stimolarci a migliorare, a confrontarci con risultati diversi dai nostri e magari a scoprire che possiamo fare qualcosa meglio di come l’abbiamo sempre fatta.
Il problema nasce quando la competizione tra colleghi smette di essere uno stimolo e diventa il modo con cui l’azienda gestisce le persone.
Quando non lavori più insieme agli altri, ma contro gli altri.
Quando il successo del collega diventa una minaccia.
Quando condividere un’informazione significa rischiare di avvantaggiare qualcuno che domani potrebbe superarti.
Quando il manager alimenta continuamente confronti, classifiche e rivalità.
A quel punto non stiamo più parlando di sana competitività.
Stiamo parlando di competizione tossica sul lavoro.
E, soprattutto, il problema potrebbe non essere affatto il singolo collega.
Potrebbe essere l’azienda che ha costruito un sistema nel quale comportarsi così diventa quasi necessario.
Competizione sana e competizione tossica: qual è la differenza?
Partiamo proprio da qui.
Non considero negativa qualsiasi forma di competizione.
Può essere persino stimolante lavorare con persone molto brave.
Vedere un collega ottenere ottimi risultati può spingerti a chiederti cosa puoi imparare da lui.
Un team di professionisti competenti può alzare naturalmente il livello di tutti.
Ma c’è una condizione fondamentale:
deve continuare a esistere il team.
La competizione sana non elimina la collaborazione.
Posso volermi migliorare e contemporaneamente aiutarti.
Posso voler raggiungere un grande risultato senza sperare che tu fallisca.
Posso essere soddisfatto della mia performance senza sentirmi minacciato dalla tua.
La situazione cambia completamente quando l’organizzazione costruisce un sistema nel quale per vincere io devi perdere tu.
È lì che il collega smette di essere un alleato.
E diventa un concorrente.
Quando l’azienda trasforma i colleghi in avversari
Durante i miei anni nel mondo della ricerca e selezione del personale ho conosciuto ambienti nei quali la competizione interna era molto forte.
In alcune realtà le informazioni avevano un valore enorme.
Conoscere un’azienda che stava cercando personale.
Sapere il nome del direttore delle risorse umane.
Avere un contatto interessante.
Scoprire un’opportunità commerciale.
Tutto poteva trasformarsi in fatturato.
E proprio perché quell’informazione poteva avere valore economico, condividerla con un collega significava potenzialmente regalargli un vantaggio.
Formalmente eravamo una squadra.
Nella pratica, però, poteva diventare conveniente proteggere il proprio territorio.
È facile immaginare cosa succede quando questo meccanismo viene portato all’estremo.
La collaborazione rimane nelle presentazioni aziendali.
Nelle riunioni si continua a parlare di team.
Magari sulle pareti trovi persino parole come:
TEAMWORK.
COLLABORATION.
TOGETHER.
Poi però il sistema premia chi arriva davanti agli altri.
E le persone imparano rapidamente quali sono le vere regole.
7 segnali che la competizione tra colleghi è diventata tossica
La presenza di colleghi molto competitivi non significa automaticamente lavorare in un ambiente di lavoro tossico.
Bisogna osservare il sistema.
Chi incentiva quella competizione?
Come vengono distribuiti premi e riconoscimenti?
Che cosa succede quando un collega ottiene un risultato migliore?
Le persone collaborano ancora?
Ci sono però alcuni segnali che dovrebbero farti riflettere.
1. Il tuo capo utilizza continuamente i risultati degli altri per metterti pressione
“Hai visto quanto ha fatto Marco?”
“Questo mese Giulia ha chiuso dieci contratti. Tu quanti?”
“Dovresti prendere esempio da lui.”
Il confronto può sembrare uno strumento motivazionale.
In alcuni contesti viene persino utilizzato con questa convinzione.
Il problema è che le persone non sono intercambiabili.
Hanno esperienze diverse.
Competenze differenti.
Clienti differenti.
Momenti professionali differenti.
Utilizzare continuamente il risultato del collega per sottolineare quanto tu stia facendo poco difficilmente costruisce collaborazione.
Costruisce confronto.
E progressivamente può cambiare anche il modo in cui guardi quella persona.
Prima era Marco, il collega con cui prendevi il caffè.
Adesso è Marco, quello che il capo usa ogni settimana per ricordarti che non sei abbastanza bravo.
Il problema non è Marco.
Il problema è il meccanismo.
È una delle forme che può assumere un capo tossico quando utilizza la rivalità interna per aumentare pressione e risultati.
2. Esistono classifiche pubbliche con i risultati di tutti
Nome.
Fatturato.
Telefonate.
Contratti.
Clienti.
Performance.
Tutto in bella vista.
Primo posto.
Secondo.
Terzo.
Ultimo.
Anche qui l’obiettivo dichiarato può essere:
“Stimolare le persone.”
Ma immagina di vivere ogni giornata sapendo che tutti possono vedere esattamente dove ti trovi.
Quando sei primo forse ti senti bene.
Quando sei ultimo?
Ogni commento pesa.
Ogni battuta pesa.
Ogni aggiornamento della classifica diventa un giudizio.
E soprattutto cambia il rapporto tra le persone.
Perché se il collega che siede accanto a te è immediatamente sopra di te in classifica, aiutarlo significa potenzialmente aumentare ulteriormente la distanza.
Se invece è sotto, potresti non avere alcun interesse a permettergli di recuperare.
Il sistema ha appena creato un incentivo a non collaborare.
3. I premi mettono le persone una contro l’altra
“Premio di 1.000 euro al migliore commerciale del mese.”
Può sembrare un ottimo incentivo.
Magari nel breve periodo funziona anche.
Tutti corrono.
Tutti cercano di arrivare primi.
Ma osserviamo l’altra faccia della medaglia.
Se soltanto una persona può ottenere il premio, che interesse ho ad aiutare un collega che potrebbe superarmi?
Perché dovrei raccontargli una tecnica che funziona particolarmente bene?
Perché dovrei passargli un contatto?
Perché dovrei spiegargli come ho risolto un problema?
Magari continuerò a farlo perché sono una persona collaborativa.
Ma il sistema mi sta implicitamente chiedendo il contrario.
Mi sta dicendo:
il tuo collega è anche il tuo avversario.
La competizione tossica spesso nasce esattamente così.
Non necessariamente da persone cattive.
Da incentivi costruiti male.
4. Le informazioni vengono trattenute
Questo è uno dei segnali che conosco meglio.
Chiedi un’informazione.
Il collega la conosce.
Ma risponde in maniera vaga.
Oppure non ti racconta tutto.
Oppure scopri successivamente che sapeva qualcosa che ti sarebbe stato estremamente utile.
Perché non te l’ha detto?
A volte naturalmente possono esserci antipatie personali.
Ma quando questo comportamento diventa diffuso bisogna guardare oltre il singolo rapporto.
Forse l’informazione è diventata potere.
Condividerla significa perdere un piccolo vantaggio competitivo.
In alcuni ambienti professionali che ho conosciuto direttamente, determinate informazioni commerciali venivano custodite con estrema attenzione proprio perché potevano trasformarsi in business.
Il risultato era prevedibile.
Sospetto.
Conflitti.
Territori da difendere.
Collaborazione di facciata.
Ed è qui che il confine con il collega tossico diventa interessante: a volte il comportamento tossico del collega non nasce soltanto dal suo carattere.
Può essere il sistema ad avergli insegnato che collaborare non conviene.
5. Chiedere aiuto significa mostrarsi deboli
In un team sano puoi dire:
“Non so come fare questa cosa, mi dai una mano?”
Non perdi valore.
Non diventi meno competente.
Semplicemente stai utilizzando le competenze del gruppo.
In un ambiente dominato dalla competizione, invece, chiedere aiuto può assumere un significato completamente differente.
Se io ti mostro una mia difficoltà, sto forse dandoti un vantaggio.
Sai qualcosa che io non so.
Potresti utilizzare quella debolezza per superarmi.
Oppure raccontarla.
Oppure semplicemente non aiutarmi perché non hai alcun interesse a farlo.
E allora le persone iniziano a chiudersi.
Ognuno protegge il proprio piccolo territorio.
Non si condividono errori.
Non si condividono dubbi.
Non si condividono soluzioni.
Formalmente lavorate nello stesso reparto.
Concretamente state lavorando da soli.
6. Il successo di un collega viene vissuto come una sconfitta personale
Questo è probabilmente uno degli effetti più tristi.
Un collega riceve una promozione.
In un ambiente collaborativo puoi pensare:
“Grande, se la meritava.”
In un sistema basato sul confronto continuo, il primo pensiero rischia invece di essere:
“E io?”
Il collega chiude un contratto importante.
“Adesso il capo lo citerà di nuovo alla riunione.”
Riceve un premio.
“Significa che io l’ho perso.”
Ottiene un riconoscimento.
“Adesso è davanti a me.”
La soddisfazione dell’altro diventa una minaccia alla tua posizione.
Ed è così che anche i rapporti umani iniziano lentamente a deteriorarsi.
Non perché improvvisamente tutti siano diventati persone peggiori.
Ma perché il sistema li ha messi in competizione permanente.
Quando il valore professionale viene misurato quasi esclusivamente attraverso numeri e confronti, il successo dell’altro rischia inevitabilmente di diventare la prova della tua insufficienza.
È lo stesso meccanismo che può comparire quando l’azienda assegna obiettivi irraggiungibili al lavoro e utilizza continuamente il top performer come riferimento per tutti.
7. Il team esiste soltanto a parole
Poi arriva il paradosso.
L’azienda continua a parlare di squadra.
Organizza team building.
Fa riunioni di gruppo.
Utilizza parole come collaborazione, condivisione, squadra, appartenenza.
Ma nella vita quotidiana ognuno pensa a sé.
Le informazioni vengono protette.
I risultati vengono confrontati.
I premi sono individuali.
Le persone vengono messe in classifica.
Chi è avanti non ha interesse ad aiutare chi è indietro.
Chi è indietro guarda con crescente frustrazione chi sta davanti.
A quel punto il team esiste soltanto sulla carta.
Non hai una squadra.
Hai un gruppo di concorrenti che lavorano nello stesso ufficio.
E questa è probabilmente la manifestazione più evidente della competizione tossica tra colleghi.
Il collega tossico potrebbe essere soltanto il sintomo
Questo è un punto al quale tengo particolarmente.
Quando hai un problema con un collega è facile pensare:
“È una persona tossica.”
A volte è vero.
Esistono persone difficili.
Esistono comportamenti scorretti.
Esistono colleghi che trattengono informazioni, parlano male degli altri o cercano continuamente di mettersi in mostra.
Ma prima di fermarti al singolo individuo prova a guardare il contesto.
Quel comportamento viene premiato?
Se una persona ottiene risultati passando sopra agli altri, cosa fa l’azienda?
La richiama?
Oppure la promuove perché “porta numeri”?
Se un collega non collabora ma fattura tantissimo, viene considerato un problema?
Oppure diventa il modello da seguire?
Queste domande cambiano completamente l’analisi.
Perché in alcuni casi non hai semplicemente un collega tossico.
Hai un’organizzazione che produce comportamenti tossici.
E cambiare scrivania potrebbe non cambiare nulla.
Quando contano solo i numeri
Una cultura competitiva estrema ha spesso un denominatore comune:
il risultato viene prima di tutto.
Fatturato.
Contratti.
Produttività.
Obiettivi.
Numeri.
Se sei quello che produce di più, vieni celebrato.
Diventi l’esempio.
Quello da imitare.
Il problema arriva quando il modo in cui hai ottenuto quel risultato smette di essere importante.
Hai collaborato?
Hai aiutato gli altri?
Hai contribuito al benessere del team?
Hai condiviso informazioni?
Hai rispettato le persone?
Domande secondarie.
Hai fatto fatturato?
Questa diventa l’unica domanda.
Ed è proprio così che una persona estremamente competitiva, poco collaborativa o persino divisiva può finire per fare carriera.
Perché porta risultati.
Ma un manager dovrebbe essere molto più di qualcuno che produce numeri.
E un professionista dovrebbe valere molto più del fatturato che genera.
Il leader che divide
La competizione tossica raramente nasce dal nulla.
A volte viene alimentata proprio dal responsabile.
Il meccanismo è semplice.
Vai da Caio:
“Hai visto Tizio? Questo mese ha fatto molto più di te.”
Poi magari vai da Tizio:
“Bravo. Però Caio sta crescendo parecchio, attenzione.”
Una frase qui.
Un confronto là.
Una battuta durante la riunione.
Una classifica.
Un premio.
Poco alla volta la squadra si divide.
Le persone iniziano a guardarsi con sospetto.
Il collega non è più qualcuno con cui raggiungere un risultato comune.
È qualcuno che potrebbe rubarti il posto.
Superarti.
Prendere il premio.
Ricevere la promozione.
Ed è una modalità di leadership che considero particolarmente pericolosa proprio perché può essere mascherata da meritocrazia.
“Qui premiamo i migliori.”
Bellissimo.
Ma che cosa significa essere il migliore?
Essere quello che produce più numeri?
Oppure essere un professionista capace di produrre risultati aiutando contemporaneamente l’intera squadra a crescere?
Sono due modelli aziendali completamente diversi.
“Qui siamo molto competitivi”
Questa frase può emergere persino durante un colloquio.
“È un ambiente molto competitivo.”
“Qui chi porta risultati emerge.”
“Abbiamo una squadra molto sfidante.”
“Non siamo un’azienda per tutti.”
Non necessariamente significa che devi alzarti e andartene.
Ma approfondisci.
Puoi chiedere:
“Come viene incentivata la collaborazione tra colleghi?”
“Gli obiettivi sono individuali o anche di squadra?”
“Come vengono distribuiti i premi?”
“Le persone del team condividono clienti e informazioni?”
“Come viene valutato il contributo al gruppo?”
Le risposte possono raccontarti parecchio.
Perché un conto è entrare in un team composto da persone molto performanti.
Un altro è entrare in un’arena.
E puoi imparare a raccogliere molti di questi segnali già durante il processo di selezione, come approfondisco nell’articolo su come riconoscere un ambiente di lavoro tossico durante il colloquio.
Competizione e collaborazione possono convivere?
Sì.
Secondo me possono.
Ma la competizione deve rimanere entro confini sani.
Possiamo confrontare risultati.
Possiamo avere obiettivi individuali.
Possiamo premiare prestazioni eccellenti.
Tutto questo non deve però distruggere l’interesse comune.
Se per vincere devo sperare che tu perda, non siamo più realmente una squadra.
Se aiutarti significa danneggiarmi, il sistema è costruito male.
Se condividere quello che so riduce le mie possibilità di ricevere un premio, non stupiamoci se le informazioni non circolano.
Le aziende ottengono anche i comportamenti che incentivano.
Puoi scrivere “collaborazione” sui muri quanto vuoi.
Ma se poi premi soltanto chi arriva primo, le persone capiranno molto velocemente quale valore conta davvero.
Cosa fare se lavori in un ambiente estremamente competitivo
Prima di tutto cerca di capire da dove arriva la competizione.
È il comportamento di una o due persone?
È il tuo responsabile?
Oppure è proprio il sistema con cui l’azienda distribuisce obiettivi, premi e riconoscimenti?
La differenza è importante.
Un problema individuale può forse essere gestito.
Un problema culturale è molto più difficile da cambiare.
Poi cerca di non farti trascinare completamente nel meccanismo.
Se l’ambiente ti spinge a proteggere qualsiasi informazione, diffidare di tutti e vedere ogni collega come una minaccia, fermati.
Chiediti che professionista vuoi diventare.
E soprattutto chiediti se quel contesto è compatibile con il tuo modo di intendere il lavoro.
Per me la collaborazione è sempre stata un valore importante.
E proprio per questo ho fatto sempre più fatica a riconoscermi in alcuni ambienti nei quali la competizione interna veniva spinta troppo oltre.
Non tutti vivono il lavoro allo stesso modo.
Ed è giusto così.
Ma quando devi trasformarti in qualcuno che non vuoi essere semplicemente per sopravvivere all’ambiente, forse il problema non è più soltanto professionale.
Non devi battere i tuoi colleghi per essere bravo
C’è un ultimo concetto che considero fondamentale.
Il valore del tuo lavoro non dipende necessariamente dalla capacità di fare meglio della persona seduta accanto a te.
Puoi essere un professionista eccellente anche se qualcuno vende più di te.
Puoi fare un ottimo lavoro anche se un collega ha raggiunto un risultato straordinario.
Puoi crescere senza bisogno che gli altri falliscano.
La competizione più utile, probabilmente, è quella con te stesso.
Essere un po’ più competente di ieri.
Conoscere qualcosa che prima non conoscevi.
Gestire meglio una situazione.
Imparare da chi è più bravo.
Condividere quello che sai con chi sta iniziando.
Crescere.
Questa è una cosa.
Passare otto ore al giorno cercando di capire chi sta davanti e chi sta dietro è un’altra.
Quando la competizione diventa parte dell’ambiente tossico
Una classifica da sola non rende necessariamente tossica un’azienda.
Un premio individuale da solo non rende tossica un’azienda.
Un collega competitivo non rende automaticamente tossica un’azienda.
Come sempre bisogna guardare l’insieme.
Ma se trovi:
confronti continui;
premi che mettono le persone una contro l’altra;
informazioni trattenute;
colleghi che non si aiutano;
manager che alimentano rivalità;
ossessione per classifiche e numeri;
assenza di autentica collaborazione;
allora non stai più osservando qualche episodio isolato.
Stai osservando una cultura.
E quella cultura può essere uno dei segnali di un vero ambiente di lavoro tossico.
La domanda da farti quindi non è soltanto:
“Ho dei colleghi troppo competitivi?”
Prova a chiederti:
“Perché qui dentro tutti sentono il bisogno di competere continuamente?”
La risposta potrebbe raccontarti molto più dell’azienda di quanto immagini.
Vuoi capire se la competizione è soltanto uno dei segnali?
Nel mio libro Aziende tossiche – Come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità approfondisco le dinamiche che possono trasformare un normale luogo di lavoro in un ambiente tossico: leadership divisiva, competizione interna, obiettivi esasperati, straordinari, turnover, micromanagement e rapporti deteriorati tra colleghi.
Perché spesso il problema non è una singola persona.
È il sistema nel quale quella persona lavora.
E imparare a riconoscere quel sistema è il primo passo per decidere consapevolmente che cosa fare.
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Chi sono
Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e Formatore
Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.
Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.
Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente.



















