Controfferta dopo le dimissioni: che fare?

Controfferta dopo le dimissioni: che fare?

Hai trovato un nuovo lavoro.

Hai affrontato colloqui, attese, dubbi.

Alla fine arriva la proposta.

Decidi di accettarla.

Poi arriva forse il momento più delicato: comunichi alla tua attuale azienda che te ne andrai.

Ed è proprio lì che può succedere qualcosa di sorprendente.

Fino al giorno prima magari l’aumento non era possibile.

La promozione doveva aspettare.

Non c’erano budget.

Non era il momento.

Bisognava avere pazienza.

Poi pronunci la parola dimissioni e improvvisamente qualcosa cambia.

“Possiamo venirti incontro.”

“Quanto ti hanno offerto?”

“Possiamo pareggiare.”

“Possiamo fare qualcosa in più.”

Ed eccola:

la controfferta.

A quel punto una decisione che sembrava già presa torna improvvisamente in discussione.

Conviene accettare la controfferta dell’attuale azienda oppure andare via?

Non credo esista una risposta valida per tutti.

Ma esiste una domanda dalla quale, secondo me, bisogna necessariamente partire:

perché avevi cominciato a cercare un altro lavoro?

Prima della controfferta c’era un motivo per cui volevi andartene

La controfferta ha una caratteristica particolare.

Arriva alla fine della storia.

E rischia di farti dimenticare tutto quello che è successo prima.

Facciamo un esempio.

Da mesi senti di non avere prospettive.

Chiedi un confronto.

Ti viene detto di aspettare.

Chiedi un aumento.

Non arriva.

Provi a capire se ci saranno possibilità di crescita.

Ricevi risposte vaghe.

Nel frattempo inizi a guardarti intorno.

Aggiorni il curriculum.

Ti candidi.

Affronti colloqui.

Conosci un’altra azienda.

Ricevi un’offerta interessante.

Decidi di cambiare.

Poi vai dal tuo responsabile e comunichi la scelta.

E lui ti dice:

“Aspetta. Possiamo aumentarti lo stipendio.”

Improvvisamente tutta la tua attenzione si sposta sulla cifra.

Ma il punto è un altro.

Perché avevi iniziato tutto questo percorso?

La risposta è fondamentale.

Se volevi cambiare soltanto per soldi, la controfferta merita una valutazione diversa

Partiamo dal caso più semplice.

Il tuo lavoro ti piace.

Il rapporto con il capo è buono e quindi non hai un capo tossico.

Ti trovi bene con i colleghi.

Hai prospettive e non è una di quelle aziende in cui non c’è crescita\

L’ambiente è sano.

Il ruolo ti interessa.

Il problema è essenzialmente economico.

Ritieni di essere pagato troppo poco e hai trovato altrove un’azienda disposta a riconoscerti una retribuzione migliore.

Comunichi di volertene andare e la tua azienda ti propone un adeguamento.

In una situazione simile non avrebbe senso affermare automaticamente:

“Le controfferte non si accettano mai.”

Perché sarebbe una semplificazione.

Se il motivo per cui ti stavi muovendo era realmente economico e l’azienda interviene proprio su quel problema, allora c’è almeno qualcosa da valutare.

Ma anche in questo caso mi farei una domanda.

Perché questo riconoscimento è arrivato soltanto quando hai comunicato che te ne saresti andato?

Non è necessariamente una prova di malafede.

Può semplicemente essere il momento in cui l’azienda comprende concretamente il rischio di perderti.

Ma è comunque una domanda che merita una risposta.

Se invece volevi andartene per altri motivi, cosa risolve davvero l’aumento?

Qui arriviamo alla situazione che considero molto più delicata.

Perché spesso una persona non comincia a cercare un nuovo lavoro soltanto per guadagnare di più.

Magari vuole andarsene perché non cresce.

Perché ha un rapporto pessimo con il responsabile.

Perché gli orari sono diventati incompatibili con la propria vita.

Perché non si riconosce più nella cultura aziendale.

Perché viene sottoposta continuamente a pressioni.

Perché non ha autonomia.

Perché le promesse ricevute negli anni non si sono mai concretizzate.

Oppure perché lavora ormai in un vero ambiente di lavoro tossico.

In questi casi arriva una controfferta economica e succede qualcosa di comprensibile.

I soldi sono concreti.

Il malessere è più difficile da misurare.

Un aumento di 5.000 euro di RAL lo puoi mettere su un foglio Excel.

La frustrazione del lunedì mattina no.

La mancanza di fiducia nel capo no.

Il sentirti bloccato professionalmente no.

Le ore della tua vita che perdi ogni settimana no.

Ed è proprio per questo che il denaro rischia di prendere improvvisamente tutto lo spazio.

Ma se il motivo per cui volevi andartene non era economico, devi chiederti:

quei soldi risolvono realmente ciò che mi aveva portato a cercare un altro lavoro?

Un aumento non cambia automaticamente il tuo capo

Immagina che il motivo principale sia il tuo responsabile.

Da anni ti controlla continuamente.

Non ti concede autonomia.

Ti svaluta.

Ti mette sotto pressione.

Ogni errore diventa un processo.

Ogni risultato viene considerato insufficiente.

Hai iniziato a cercare un’altra azienda proprio perché non vuoi più lavorare in quel modo.

Comunichi le dimissioni.

Arriva un aumento.

Bene.

Ma lunedì mattina il tuo capo sarà ancora lì.

Con buona probabilità farà le stesse riunioni.

Avrà lo stesso stile.

Utilizzerà le stesse modalità.

Se il tuo problema è un capo tossico, una cifra più alta sul cedolino non trasforma automaticamente la relazione.

E allora la domanda diventa inevitabile:

quanto vale per te restare dentro quella situazione?

Non in senso filosofico.

Letteralmente.

Qual è il prezzo al quale sei disposto a farlo?

Un aumento non crea automaticamente una carriera

Lo stesso ragionamento vale per la crescita professionale.

Se hai iniziato a cercare perché da anni occupi lo stesso ruolo e non vedi nessuna prospettiva, una controfferta esclusivamente economica può migliorare il presente senza cambiare il futuro.

Guadagnerai di più.

Ma fra dodici mesi?

Fra due anni?

Sarai ancora nella stessa posizione?

Avrai nuove responsabilità?

Avrai imparato qualcosa?

Esiste finalmente un percorso concreto oppure la tua carriera rimane esattamente quella di prima?

Ho affrontato questo tema parlando di mancanza di crescita professionale.

Una delle differenze importanti è proprio questa:

una promessa di crescita non è un percorso di crescita.

Se la controfferta comprende un cambiamento professionale reale, concreto e coerente con quello che stavi cercando, allora hai un elemento in più da valutare.

Se invece cambia soltanto la retribuzione, non fingere che sia cambiato anche tutto il resto.

La controfferta in un’azienda tossica

Nel mio libro Aziende tossiche descrivo proprio cosa può accadere quando una persona decide di dimettersi da un ambiente di lavoro tossico.

In un’azienda sana, la decisione di un collaboratore può certamente creare dispiacere.

L’azienda può chiedere le ragioni.

Può provare a capire se esista una soluzione.

Può anche tentare di trattenere una persona valida.

Ma può arrivare un momento nel quale prende atto che quella persona ha scelto un’altra strada.

Un nuovo settore.

Un altro ruolo.

Una realtà differente.

E la lascia andare.

In un’azienda tossica può accadere qualcosa di molto diverso.

Le dimissioni vengono interpretate quasi come un tradimento.

Non:

“Perché vuoi cambiare?”

Ma:

“Quanto ti hanno offerto?”

E la discussione viene immediatamente trasformata in una trattativa economica.

Questo dovrebbe farti riflettere soprattutto se il denaro non era la ragione per cui avevi deciso di andartene.

Perché in quel caso azienda e lavoratore rischiano di parlare di due problemi completamente diversi.

Tu stai dicendo:

“Non voglio più vivere questa situazione.”

L’azienda risponde:

“Ti diamo più soldi.”

La domanda scomoda: se valevo questi soldi, perché ieri non c’erano?

Non userei questa domanda automaticamente come un’accusa.

Ma me la farei.

Per mesi magari hai chiesto un aumento.

Non c’era budget.

Hai chiesto una promozione.

Bisognava aspettare.

Hai chiesto un riconoscimento.

Non era possibile.

Poi arriva un’offerta esterna e improvvisamente l’impossibile diventa possibile.

Cosa è cambiato?

Tu?

Probabilmente no.

Le tue competenze erano le stesse anche la settimana precedente.

I tuoi risultati erano già conosciuti.

La tua esperienza non è comparsa improvvisamente insieme alla lettera di assunzione della nuova azienda.

È cambiato il rischio per l’organizzazione.

Prima potevano rimandare.

Adesso possono perderti.

Non significa automaticamente che devi rifiutare.

Significa però che devi comprendere bene cosa stai accettando.

Perché c’è una grande differenza tra:

“Abbiamo compreso che non ti stavamo valorizzando e vogliamo costruire con te qualcosa di diverso”

e:

“Quanto basta per impedirti di andartene?”

Essere trattenuti non significa necessariamente essere valorizzati

Queste due cose vengono spesso confuse.

Se un’azienda vuole impedirti di andare via, significa certamente che in quel momento la tua uscita rappresenta un problema.

Ma non significa necessariamente che siano cambiate le dinamiche che ti avevano portato alla porta.

Potresti essere importante per un progetto.

Potresti essere difficile da sostituire.

Potresti possedere informazioni che altri non hanno.

Potresti gestire clienti importanti.

Oppure banalmente sostituirti potrebbe essere complicato.

Tutte ragioni perfettamente comprensibili dal punto di vista aziendale.

Ma tu devi ragionare dal tuo punto di vista.

La domanda non è:

“Quanto hanno bisogno di me?”

È:

“Questa nuova proposta rende realmente migliore la mia situazione professionale?”

Sono due domande molto diverse.

Nella mia carriera da recruiter ho visto anche l’altra faccia della controfferta

C’è poi una situazione opposta di cui si parla meno.

Durante i miei anni nel recruitment mi è capitato più di una volta di vedere candidati arrivare fino alla proposta di assunzione e poi utilizzare quell’offerta per trattare con la propria azienda.

Il meccanismo è semplice.

Chiedo un aumento.

Non arriva.

Partecipo a selezioni esterne.

Ottengo una proposta più alta.

Torno dal mio datore di lavoro e dico:

“Mi hanno offerto questo.”

E aspetto la controfferta.

Qualche volta funziona.

L’azienda aumenta lo stipendio e il candidato resta.

Non sto dicendo che chi riceve una proposta debba per forza accettarla.

Cambiare idea è legittimo.

Una selezione può anche farti capire che, a determinate condizioni, preferisci rimanere dove sei.

Ma c’è una differenza tra arrivare sinceramente alla conclusione di voler restare e partecipare fin dall’inizio a selezioni con il solo obiettivo di procurarsi una leva negoziale.

Nel secondo caso stai coinvolgendo recruiter, manager e aziende in un processo nel quale forse non hai mai realmente considerato di entrare.

Personalmente non è una strategia che amo.

Soprattutto perché esiste una domanda ancora più importante:

se per ottenere ogni riconoscimento devo minacciare di andarmene, che tipo di rapporto professionale sto costruendo con la mia azienda?

Attenzione all’effetto emotivo della controfferta

C’è anche un altro elemento.

Essere improvvisamente corteggiati fa piacere.

Fino a ieri magari ti sentivi poco considerato.

Oggi il direttore vuole parlarti.

HR ti chiama.

Il responsabile ti dice che sei fondamentale.

Cominciano a ricordarti tutti i risultati che hai ottenuto.

“Sei importante per noi.”

“Non vogliamo perderti.”

“Il team ha bisogno di te.”

Può essere tutto sincero.

Ma cerca comunque di separare due piani:

il piacere di sentirti finalmente riconosciuto e la qualità concreta della proposta che hai davanti.

Perché potresti essere tentato di rimanere non tanto per ciò che l’azienda ti offre, ma per la gratificazione di sentirti finalmente desiderato.

E qualche settimana dopo quella sensazione inevitabilmente diminuirà.

A quel punto rimarrà il lavoro.

Il capo.

L’organizzazione.

La cultura.

Le opportunità.

Esattamente le cose che dovresti valutare oggi.

Torna indietro al giorno in cui hai deciso di cercare

Questo è forse l’esercizio più utile.

Prima che esistesse la nuova offerta.

Prima della controfferta.

Prima dell’aumento.

Perché avevi deciso di muoverti?

Scrivilo.

Davvero.

Prendi un foglio e prova a ricostruire le ragioni.

Non cresco.

Sono sottopagato.

Non sopporto più il mio responsabile.

Non mi piace quello che faccio.

Non vedo prospettive.

Gli orari mi stanno distruggendo.

Non mi riconosco più nell’azienda.

Voglio cambiare settore.

Voglio un ruolo diverso.

Poi prendi la controfferta.

E chiediti, punto per punto:

quale di questi problemi risolve?

Se ne risolve quasi tutti, hai una decisione interessante da prendere.

Se ne risolve uno soltanto, mentre gli altri rimangono identici, hai già un’informazione molto importante.

Non confrontare soltanto due stipendi

Uno degli errori più facili è mettere le due offerte una accanto all’altra così:

Azienda attuale: 45.000 euro.

Nuova azienda: 48.000 euro.

Fine.

Ha vinto la prima.

Ma stai davvero confrontando soltanto due stipendi?

Dovresti confrontare due situazioni professionali.

Che lavoro farai?

Con quale capo?

Con quale autonomia?

Quali possibilità di crescita hai?

Perché la nuova posizione è aperta?

Cosa ti aspetterà nei primi mesi?

Perché volevi entrare proprio in quella nuova azienda?

Che cosa ti aveva convinto durante i colloqui?

E, naturalmente, quali rischi stai assumendo?

È proprio per questo che considero il colloquio di lavoro anche uno strumento per valutare l’azienda, non soltanto un esame nel quale devi convincere qualcuno ad assumerti.

Se hai fatto bene questo lavoro prima, quando arriva la controfferta non stai confrontando semplicemente due numeri.

Stai confrontando due futuri professionali possibili.

E se ho paura di sbagliare?

È normale che la controfferta faccia aumentare i dubbi.

Prima avevi una strada.

Adesso ne hai due.

La nuova azienda contiene necessariamente una parte di ignoto.

Quella vecchia la conosci.

Sai come funziona.

Conosci le persone.

Conosci i difetti.

Conosci anche ciò che funziona.

E adesso ti offre persino qualcosa in più.

È facile pensare:

“Forse è meglio restare dove so cosa mi aspetta.”

È una delle dinamiche che ho affrontato anche parlando della paura di cambiare lavoro.

La paura, però, non dovrebbe decidere al posto tuo.

Deve entrare nella valutazione insieme a tutto il resto.

Perché restare è una scelta.

Ma anche andare via lo è.

E nessuna delle due può garantirti in anticipo che tutto andrà perfettamente.

Quando prenderei seriamente in considerazione una controfferta

Non esiste una formula matematica.

Ma per me una controfferta merita una valutazione seria quando interviene realmente sulle ragioni che avevano generato il desiderio di cambiare.

Se il problema era economico, interviene sulla retribuzione.

Se mancavano prospettive, porta un percorso concreto.

Se desideravi altre responsabilità, modifica realmente il ruolo.

Se il problema era organizzativo, qualcosa nell’organizzazione cambia davvero.

Non parole.

Non:

“Vedrai che sistemiamo.”

Non:

“Ne riparliamo tra qualche mese.”

Ma qualcosa che rende effettivamente diversa la situazione alla quale stai pensando di tornare.

Perché questo è il punto.

Non devi decidere se restare nella tua vecchia azienda.

Devi decidere se la nuova situazione che ti stanno proponendo è davvero diversa dalla vecchia.

Quando invece starei molto attento

Starei molto più attento quando la controfferta prova a risolvere con il denaro problemi che con il denaro hanno poco a che fare.

Se volevi scappare da un clima pessimo.

Se il rapporto con il tuo capo è compromesso.

Se non hai più fiducia nell’organizzazione.

Se non condividi più ciò che l’azienda rappresenta.

Se sei arrivato al punto di cercare altrove perché sentivi di non farcela più.

In particolare, se stai cercando di uscire da un ambiente tossico per ragioni che non sono soltanto economiche, il mio orientamento è molto più netto:

farei molta attenzione ad accettare la controfferta.

Perché l’aumento inizialmente può certamente farti stare meglio.

Ma poi tornerai a vivere le stesse dinamiche che ti avevano portato a cercare un’uscita.

Ed è quello il problema che devi risolvere.

La domanda finale non è “chi mi paga di più?”

Quando arriva una controfferta è naturale sentirsi confusi.

Hai due possibilità.

Due aziende.

Due stipendi.

Due scenari.

Ma proverei a togliere per un momento i numeri dal tavolo.

E mi farei questa domanda:

se la mia attuale azienda non mi avesse offerto un euro in più, avrei ancora voluto andarmene?

Se la risposta è sì, chiediti perché.

Poi domandati:

la controfferta cambia realmente quel perché?

È lì, secondo me, che si trova buona parte della risposta.

Perché non sempre restare significa aver scelto la sicurezza.

E non sempre andare via significa aver scelto il rischio.

Qualche volta il rischio più grande è proprio accettare qualcosa che ci fa dimenticare temporaneamente perché avevamo deciso di cambiare.

Prima di dire sì alla controfferta, ricordati perché avevi detto basta

Nel mio libro Aziende tossiche – Come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità parlo anche di ciò che può accadere quando finalmente trovi un’alternativa e comunichi le dimissioni.

È un momento delicato.

Soprattutto quando l’azienda che stai lasciando prova improvvisamente a trattenerti.

La controfferta può essere una proposta concreta da valutare.

Ma non deve cancellare la storia che ti ha portato fino a lì.

Prima di scegliere, quindi, torna all’inizio.

Non alla cifra.

Non alla paura.

Non all’entusiasmo per la nuova azienda.

Alla domanda più semplice:

perché avevo deciso di andarmene?

La risposta potrebbe dirti molto più della controfferta stessa.

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Chi sono

Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e Formatore

Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.

Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.

Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente a info@jacopobagaglio.it

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