Lasciare il lavoro per stress: quando è il momento di cambiare?

Lasciare il lavoro per stress: quando è il momento di cambiare?

“È solo un periodo.”

Quante volte te lo sei detto?

Quante volte hai pensato che sarebbe bastato superare quella consegna, chiudere quel progetto, arrivare alle ferie, cambiare responsabile o semplicemente stringere i denti ancora per qualche settimana?

Poi il progetto finisce.

La consegna passa.

Le ferie arrivano e finiscono.

E tu torni al lavoro.

Esattamente stressato come prima.

A quel punto può nascere una domanda molto più difficile:

“Devo lasciare il lavoro per stress?”

Non è una domanda alla quale risponderei con leggerezza.

Non penso che ogni periodo stressante debba trasformarsi in una lettera di dimissioni.

Il lavoro comporta responsabilità, problemi, giornate complicate e momenti nei quali viene richiesto uno sforzo maggiore.

Ma c’è una differenza enorme tra attraversare un periodo difficile e vivere permanentemente in un lavoro che ti tiene sotto pressione.

Ed è proprio quella differenza che devi imparare a riconoscere.

Non tutto lo stress significa che devi cambiare lavoro

Partiamo da qui.

Una settimana particolarmente pesante non rende automaticamente tossica un’azienda.

Può esserci una scadenza importante.

Un cliente difficile.

Un collega assente.

Una vera emergenza.

Un periodo dell’anno particolarmente intenso.

Succede.

Il problema nasce quando l’eccezione diventa la normalità.

Quando non dici più:

“Questa settimana è stata infernale.”

Ma:

“Il mio lavoro è così.”

È una differenza apparentemente piccola, ma sostanziale.

Perché significa che non stai più aspettando che finisca un periodo stressante.

Stai aspettando che cambi un sistema che continua a funzionare nello stesso modo.

Quando lo stress diventa il modo normale di lavorare

Durante i miei anni nella ricerca e selezione del personale ho visto progressivamente normalizzarsi espressioni che trovo ancora oggi significative.

“Bisogna saper lavorare sotto stress.”

“Qui servono persone che reggano la pressione.”

“Cerchiamo qualcuno molto flessibile.”

“Serve una persona disponibile.”

“Bisogna essere multitasking.”

Parole che possono sembrare innocue.

A volte lo sono.

Altre volte raccontano qualcosa di molto più profondo.

Ne ho parlato anche nell’articolo sulla resistenza allo stress negli annunci di lavoro.

Nella mia esperienza, dietro alcune di queste richieste si nascondevano carichi di lavoro elevati, straordinari diventati ordinari, ritmi continui e una cultura nella quale il lavoratore migliore era quello disposto a reggere sempre qualcosa in più.

E questo è uno dei problemi principali.

Ci abituiamo.

“È così dappertutto”

Questa è probabilmente una delle frasi più pericolose nel mondo del lavoro.

Se per anni lavori in un ambiente nel quale tutti rimangono oltre l’orario, inizi a considerarlo normale.

Se ogni richiesta è urgente, inizi a pensare che il lavoro funzioni così.

Se il capo mette costantemente pressione alle persone, cominci a convincerti che dirigere significhi questo.

Se tutti sono stressati, lo stress smette quasi di sembrarti un problema.

Diventa semplicemente:

lavoro.

Io stesso ho lavorato in contesti nei quali uscire all’orario previsto poteva trasformarsi in occasione per una battuta.

Chi andava via prima degli altri rischiava di sentirsi quasi in colpa.

La regola implicita diventava:

non essere il primo ad alzarti.

Non perché ci fosse necessariamente ancora qualcosa di importante da fare.

Ma perché andarsene significava dimostrare meno dedizione degli altri.

È così che una dinamica anomala può lentamente diventare normale.

Se tutto è urgente, l’urgenza è diventata il problema

C’è un altro meccanismo che conosco bene.

L’emergenza permanente.

Una vera urgenza può capitare.

È perfettamente normale cambiare i programmi perché improvvisamente accade qualcosa di importante.

Ma cosa succede se ogni mattina inizi la giornata con un piano e alle 9:30 quel piano è già saltato?

Arriva una richiesta urgente.

Poi un’altra.

Poi un messaggio.

Poi qualcuno ti chiede:

“Quanto ci metti?”

Cinque minuti dopo:

“A che punto sei?”

Poi arriva un’altra attività da fare immediatamente.

E così fino alla sera.

In alcune aziende la pressione continua diventa un metodo di gestione.

Si lavora sempre in affanno.

Sempre rincorrendo qualcosa.

Sempre con la sensazione che ciò che stai facendo non sia abbastanza veloce.

A quel punto non sei più davanti a una settimana particolarmente stressante.

Sei davanti a un’organizzazione nella quale lo stress è incorporato nel modo stesso di lavorare.

La domanda non è soltanto “Sono stressato?”

La domanda più utile è un’altra:

“Da cosa nasce questo stress?”

Perché anche qui dobbiamo evitare semplificazioni.

Può dipendere da una situazione momentanea.

Oppure può dipendere dalla struttura stessa del tuo lavoro.

Prova allora a osservare ciò che succede.

Il carico è temporaneamente aumentato oppure è costantemente eccessivo?

Le urgenze sono eccezioni oppure ogni cosa viene dichiarata urgente?

Gli straordinari capitano oppure vengono considerati parte normale della giornata?

Il tuo responsabile gestisce periodi di pressione oppure utilizza la pressione come strumento quotidiano?

Esiste una pianificazione oppure vivi costantemente nell’imprevisto?

Puoi davvero disconnetterti dal lavoro oppure sei sempre raggiungibile?

Queste domande non servono a costruire una diagnosi.

Servono a capire il contesto professionale nel quale ti trovi.

Lasciare il lavoro per stress non dovrebbe essere la prima soluzione

Se domani hai una giornata terribile, non penso che la risposta debba automaticamente essere:

“Mi dimetto.”

Una decisione professionale importante merita lucidità.

Prima devi comprendere cosa sta realmente succedendo.

Quanto dura?

Da cosa dipende?

È modificabile?

Hai margine per intervenire?

Puoi parlarne con il tuo responsabile?

Puoi modificare qualcosa nell’organizzazione del lavoro?

Puoi stabilire confini differenti?

Puoi spostarti internamente?

Puoi ridurre almeno alcune delle dinamiche che generano la pressione?

La risposta potrebbe essere sì.

E se puoi migliorare concretamente la situazione senza lasciare il lavoro, vale la pena prendere in considerazione questa strada.

Ma esiste anche la risposta opposta.

No.

Ho provato.

Non cambia niente.

Il problema non è una settimana.

Non è un progetto.

Non è una persona temporaneamente in difficoltà.

È diventato il modo in cui quell’azienda funziona.

Ed è qui che la possibilità di cambiare lavoro merita di entrare seriamente nella riflessione.

Il vero campanello d’allarme è quando smetti di aspettare che finisca

C’è un momento nel quale dentro di te sai già che qualcosa è cambiato.

Non pensi più:

“Quando finisce questo periodo starò meglio.”

Pensi:

“Qui non cambierà niente.”

È un passaggio importante.

Perché significa che hai smesso di vedere il problema come temporaneo.

E spesso è proprio in quel momento che le persone commettono l’errore opposto:

restano.

Ancora qualche mese.

Poi altri sei.

Poi un altro anno.

Perché lasciare un lavoro fa paura.

Perché rimaniamo anche quando il lavoro ci stressa continuamente?

Perché uno stipendio arriva ogni mese.

Perché abbiamo un mutuo.

Un affitto.

Una famiglia.

Perché cambiare significa affrontare l’incertezza.

Perché magari abbiamo trascorso dieci anni nella stessa azienda.

Perché pensiamo:

“E se poi trovo di peggio?”

Oppure:

“Chi vuoi che mi assuma?”

Sono paure reali.

E alcune sono perfettamente razionali.

Ne ho parlato anche nell’articolo sulla paura di cambiare lavoro.

Il problema nasce quando la paura smette di aiutarci a valutare i rischi e comincia semplicemente a impedirci di muoverci.

Perché anche restare è una scelta.

E anche restare ha un costo.

Il rischio più grande: aspettare di non farcela più

Questa è una delle convinzioni più importanti che ho maturato lavorando con persone che vogliono cambiare lavoro:

non aspettare di avere disperatamente bisogno di andartene per iniziare a cercare.

Quando sei ancora sufficientemente lucido hai un vantaggio enorme.

Il tempo.

Puoi aggiornare il curriculum.

Puoi sistemare LinkedIn.

Puoi iniziare a guardare il mercato.

Puoi parlare con recruiter.

Puoi affrontare colloqui senza avere l’acqua alla gola.

Puoi permetterti di dire:

“No, questa opportunità non mi convince.”

Quando invece aspetti di essere completamente esasperato, cambia tutto.

A quel punto rischi di non cercare più un lavoro migliore.

Cerchi semplicemente una via di fuga.

E qualunque porta aperta può sembrarti migliore della stanza nella quale sei rinchiuso.

È così che si rischia di passare dalla padella alla brace.

Cercare lavoro mentre sei già stressato è più difficile

C’è anche un paradosso.

Più aspetti, più energie ti serviranno per uscire.

Perché cercare lavoro è un lavoro.

Devi:

aggiornare il CV;

cercare opportunità;

personalizzare le candidature;

parlare con recruiter;

prepararti ai colloqui;

gestire eventuali rifiuti;

continuare contemporaneamente a svolgere il lavoro che già ti sta consumando.

Ti ritrovi quindi con due fonti di pressione.

Da una parte il lavoro attuale.

Dall’altra la ricerca dell’alternativa.

Ecco perché il momento migliore per costruire una via d’uscita spesso arriva prima del punto di rottura.

Ma se sono già arrivato al limite?

Allora il problema cambia.

Non puoi tornare indietro nel tempo e iniziare sei mesi fa.

Puoi soltanto partire dalla situazione nella quale ti trovi oggi.

In questo caso eviterei due estremi.

Il primo è:

“Devo resistere a qualunque costo finché non trovo altro.”

Il secondo è:

“Domani mando le dimissioni e poi vedrò.”

La situazione va analizzata concretamente.

Quanto riesci ancora a sostenere il lavoro?

Quanto tempo potrebbe servirti per costruire un’alternativa?

Qual è la tua situazione economica?

Quali responsabilità hai?

Hai già iniziato a muoverti?

Hai delle possibilità realistiche sul mercato?

Puoi stabilire una data limite oltre la quale non vuoi continuare?

In alcuni casi puoi continuare a lavorare mentre prepari l’uscita.

In altri potresti arrivare alla conclusione che restare sia diventato troppo costoso per te.

Ho approfondito proprio questo tema nell’articolo lasciare il lavoro senza averne un altro: quando può avere senso?.

Non esiste una risposta identica per tutti.

Esiste però una domanda dalla quale non scapperei:

“Quanto mi costa continuare a restare qui?”

Non confondere resistenza con valore professionale

Durante la mia carriera da recruiter ho lavorato in ambienti nei quali numeri, fatturato, produttività e competizione avevano un peso enorme.

Ho visto persone lavorare fino a tardi.

Ho visto colleghi avere soggezione dei propri superiori.

Ho visto l’orario di uscita diventare quasi una dimostrazione di fedeltà.

Ho visto il concetto di “resistenza allo stress” trasformarsi in una caratteristica richiesta ai candidati come se fosse del tutto normale.

E per molto tempo anch’io ho pensato che forse il problema fosse semplicemente imparare a reggere meglio.

Poi ho capito una cosa.

Non sempre devi diventare più resistente.

A volte devi chiederti perché un’organizzazione pretende continuamente che tu resista.

Sono due prospettive completamente diverse.

Se cambi lavoro, non cercare semplicemente un posto meno stressante

Questa è un’altra trappola.

Se sei esasperato, il tuo obiettivo rischia di diventare:

“Voglio un lavoro tranquillo.”

Comprensibile.

Ma troppo vago.

Il punto non è soltanto scappare da ciò che non vuoi più.

Devi capire cosa vuoi trovare al suo posto.

Che rapporto vuoi avere con il lavoro?

Quanto conta per te l’autonomia?

Quanto conta l’equilibrio tra vita personale e professionale?

Quanto conta la possibilità di lavorare da remoto?

Quanto peso vuoi dare alla crescita?

Che tipo di leadership vuoi trovare?

Quali dinamiche non sei più disposto ad accettare?

Altrimenti rischi di cambiare logo sulla busta paga e ritrovarti dentro dinamiche molto simili.

Per questo è importante anche imparare a riconoscere un ambiente di lavoro tossico già durante il colloquio.

Stress da lavoro e ambiente tossico non sono sinonimi

Anche questa distinzione è importante.

Un lavoro può essere impegnativo senza essere tossico.

Puoi avere responsabilità importanti.

Periodi intensi.

Obiettivi ambiziosi.

Giornate in cui torni a casa stanco.

Questo non basta per definire tossico un ambiente.

Il problema è quando comportamenti e dinamiche negative diventano persistenti e radicati nella cultura aziendale.

Carichi continuamente eccessivi.

Pressione costante.

Urgenza permanente.

Controllo ossessivo.

Straordinari normalizzati.

Leadership aggressiva.

Competizione esasperata.

Mancanza di possibilità di recuperare.

Se vuoi approfondire questo punto, ho raccolto i principali elementi nell’articolo sull’ambiente di lavoro tossico e i segnali che spesso ignoriamo.

Il singolo episodio conta.

Ma ancora di più conta lo schema che continua a ripetersi.

Una domanda semplice: quando è stata l’ultima volta che sei stato bene al lavoro?

Non intendo:

“Quando è stata l’ultima volta che non hai avuto nulla da fare?”

Il lavoro non deve diventare una vacanza.

Intendo qualcosa di diverso.

Quando è stata l’ultima volta che hai terminato una giornata stanco ma soddisfatto?

Quando hai avuto la sensazione di poter svolgere bene il tuo lavoro senza essere continuamente in apnea?

Quando hai potuto organizzare una giornata senza vedere ogni priorità saltare dopo mezz’ora?

Quando hai spento il computer sentendo che la giornata professionale era realmente finita?

Se per rispondere devi tornare indietro di anni, forse vale la pena fermarti a riflettere.

Il lavoro non dovrebbe diventare tutto il tuo tempo

C’è una riflessione alla quale tengo molto.

Parliamo continuamente di tempo libero.

Il tempo nel quale finalmente possiamo fare ciò che vogliamo.

Ma questa definizione contiene implicitamente qualcosa di inquietante.

Se quello è il tempo “libero”, cos’è tutto il resto?

Gran parte della nostra vita adulta viene trascorsa lavorando.

Per questo non penso che l’obiettivo debba essere semplicemente sopportare dal lunedì al venerdì per poter finalmente vivere nel weekend.

Il lavoro non deve necessariamente renderci felici ogni minuto.

Sarebbe irrealistico.

Ma non dovrebbe neppure trasformarsi stabilmente in tempo sottratto alla nostra vita.

Quindi: quando può avere senso lasciare il lavoro per stress?

Non ti darò sette segnali magici.

Non esiste un semaforo che improvvisamente diventa rosso e ti dice:

“Adesso devi dimetterti.”

Ti suggerisco invece di osservare la traiettoria.

Se lo stress è circoscritto e la situazione cambia, probabilmente stai attraversando un periodo complesso.

Se hai margine per intervenire e gli interventi producono risultati, esiste ancora spazio per migliorare il presente.

Ma se:

la pressione è diventata permanente;

ciò che dovrebbe essere eccezionale è diventato quotidiano;

hai smesso di credere che la situazione cambierà;

hai provato a modificare ciò che potevi senza ottenere risultati;

la paura è l’unica vera ragione per cui continui a restare;

e da mesi continui semplicemente a ripeterti “devo resistere”;

allora non significa automaticamente che domani devi dimetterti.

Significa però che è arrivato il momento di costruire seriamente un’alternativa.

Ed è una differenza enorme.

Non aspettare di dover scappare

Questa per me rimane la conclusione più importante.

Il momento ideale per cercare un nuovo lavoro non è quando non riesci più ad alzarti dalla sedia.

È prima.

Quando possiedi ancora abbastanza lucidità per scegliere.

Quando puoi confrontare opportunità.

Quando puoi permetterti di rifiutare.

Quando cerchi qualcosa di migliore e non semplicemente qualcosa di diverso.

Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere diventare bravissimo a resistere in un lavoro che ti fa stare male.

Dovrebbe essere costruire una situazione professionale nella quale non sia necessario resistere continuamente.

E se oggi ti stai chiedendo se sia arrivato il momento di lasciare il lavoro per stress, forse non devi necessariamente prendere una decisione domani mattina.

Ma una cosa puoi farla già oggi.

Smettere di considerare normale ciò che normale, per te, non è più.

Se il problema è l’ambiente nel quale lavori

Nel mio libro Aziende tossiche – Come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità approfondisco proprio il percorso che porta dalla consapevolezza alla costruzione di una via d’uscita.

Perché capire che qualcosa non funziona è soltanto il primo passaggio.

Poi bisogna decidere cosa fare del presente, affrontare le paure, preparare il cambiamento e costruire concretamente un’alternativa.

Puoi trovare Aziende tossiche su Amazon.

Chi sono

Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e formatore.

Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.

Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.

Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente a info@jacopobagaglio.it

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