“Non ce la faccio più. Mi dimetto.”
E subito dopo arriva l’altra voce:
“Sei impazzito? Non si lascia mai un lavoro senza averne già trovato un altro.”
È una delle regole non scritte più radicate nel mondo del lavoro.
E, in molti casi, ha senso.
Avere già un’alternativa prima di dimettersi riduce l’incertezza, protegge economicamente e permette di passare da un lavoro all’altro senza periodi scoperti.
Quindi no: non penso che lasciare il lavoro senza averne un altro sia normalmente la scelta migliore.
Ma non penso neppure che esista una regola valida sempre e comunque.
Perché ci sono situazioni nelle quali continuare a restare ha un costo.
E allora la domanda corretta non è:
“Bisogna dimettersi senza avere un altro lavoro?”
La domanda è:
“In quale situazione mi trovo e quali alternative ho realmente?”
Il consiglio “prima trova altro” è corretto. Fino a un certo punto.
Quando una persona mi dice che vuole cambiare lavoro, il mio orientamento normalmente è chiaro:
inizia a costruire l’alternativa prima di averne disperatamente bisogno.
Aggiorna il curriculum.
Rimetti mano a LinkedIn.
Guarda il mercato.
Parla con recruiter.
Fai colloqui.
Riattiva i contatti professionali.
Comprendi quali aziende potrebbero interessarti.
Se riesci a fare tutto questo mentre sei ancora occupato e sufficientemente lucido, parti da una posizione molto migliore.
Puoi scegliere.
Puoi rifiutare.
Puoi aspettare.
Puoi dire:
“Questa opportunità non mi convince abbastanza.”
Il problema nasce quando aspetti troppo.
Quando inizi a cercare solo perché non ne puoi più
Molte persone non cercano un altro lavoro finché la situazione non diventa insostenibile.
Funziona più o meno così.
All’inizio qualcosa non va.
Aspetti.
La situazione peggiora.
Aspetti ancora.
Il rapporto con il capo diventa sempre più difficile.
La motivazione diminuisce.
Le giornate diventano pesanti.
Ma lo stipendio arriva.
Quindi resti.
Poi, un giorno, accade qualcosa.
Una discussione.
L’ennesima promessa non mantenuta.
Un’altra richiesta assurda.
Un’altra domenica passata pensando al lunedì.
E improvvisamente dici:
“Basta. Devo andarmene.”
Solo allora inizi a cercare.
Ed è proprio questo il momento peggiore per essere costretto a scegliere.
Perché non stai più cercando necessariamente un lavoro migliore.
Stai cercando un’uscita.
Quando vuoi soltanto scappare, tutto sembra una buona opportunità
Se sei arrivato al limite, una nuova azienda può sembrarti meravigliosa semplicemente perché non è quella nella quale lavori oggi.
Un recruiter ti chiama.
Ti racconta un progetto.
Ti propone uno stipendio simile.
Dopo due colloqui arriva un’offerta.
E tu pensi:
“Accetto. Basta che me ne vada.”
Capisco perfettamente il meccanismo.
Ma è pericoloso.
Perché rischi di non valutare davvero il nuovo contesto.
Potresti non fare le domande che normalmente faresti.
Potresti ignorare alcuni segnali.
Potresti accettare condizioni che qualche mese prima avresti considerato poco interessanti.
E così il famoso detto:
“Dalla padella alla brace”
rischia davvero di diventare realtà.
Per questo continuo a pensare che il momento migliore per iniziare a cercare sia prima di essere disperati.
Ma cosa succede se quel momento è già passato?
Se sono già arrivato al limite?
Qui la situazione cambia.
Non puoi tornare indietro nel tempo.
Non puoi dirti:
“Avrei dovuto iniziare sei mesi fa.”
Probabilmente è vero.
Ma non serve a nulla.
La domanda diventa:
“Che cosa posso fare adesso?”
E qui esistono più possibilità.
La prima è continuare a lavorare ancora per un periodo mentre costruisci l’alternativa.
La seconda è stabilire una scadenza precisa entro la quale uscire.
La terza, in determinate circostanze, è prendere in considerazione anche l’ipotesi di dimetterti prima di avere trovato il prossimo lavoro.
Non è la soluzione giusta per tutti.
Non è una soluzione priva di rischi.
E soprattutto non dovrebbe essere una decisione impulsiva.
Lasciare il lavoro senza averne un altro non deve essere un gesto romantico
A volte raccontiamo le dimissioni come nei film.
“Ho seguito il cuore.”
“Ho mollato tutto.”
“Ho scelto me stesso.”
Bellissimo.
Poi però esistono il mutuo.
L’affitto.
Le bollette.
I figli.
Le spese quotidiane.
E un conto corrente che non conosce il significato della parola “rinascita”.
Per questo, prima di lasciare un lavoro senza avere già un’alternativa, la situazione economica deve entrare necessariamente nella valutazione.
Non puoi prendere una decisione professionale fingendo che il resto della tua vita non esista.
La domanda non è soltanto:
“Quanto mi costa restare?”
È anche:
“Quanto posso permettermi di non lavorare?”
Sono entrambe legittime.
C’è una differenza enorme tra “voglio andarmene” e “non riesco più a restare”
Questa distinzione per me è fondamentale.
Puoi non amare più il tuo lavoro.
Puoi essere annoiato.
Puoi non vedere prospettive.
Puoi desiderare uno stipendio maggiore.
Puoi avere voglia di cambiare.
In queste situazioni, se riesci ancora a vivere il lavoro senza essere completamente assorbito dal malessere, costruire prima un’alternativa rimane probabilmente la strada più razionale.
Diversa è la situazione nella quale senti che quel contesto sta invadendo tutto.
Non riesci più a staccare.
Le giornate sono diventate una continua sopportazione.
Il rapporto con l’ambiente professionale è ormai profondamente deteriorato.
Ti trovi magari dentro un vero ambiente di lavoro tossico.
In questi casi non liquiderei automaticamente l’ipotesi delle dimissioni con:
“Prima devi trovare altro.”
Valuterei tutte le opzioni.
Compresa quella.
Io l’ho fatto
Anni fa mi sono dimesso da un ambiente professionale nel quale non stavo più bene senza avere già pronto un nuovo lavoro.
Non avevo allora gli strumenti che ho oggi.
Non avevo costruito una strategia perfetta.
Non avevo pianificato tutto.
Sentivo semplicemente di dover uscire.
Con il senno di poi avrei sicuramente preparato prima la mia alternativa.
Avrei iniziato mesi prima.
Avrei organizzato meglio la transizione.
Ma quella esperienza mi ha insegnato anche un’altra cosa:
non sempre la soluzione migliore sulla carta è quella che una persona riesce realmente a sostenere nella situazione in cui si trova.
Per questo non direi mai a qualcuno:
“Devi dimetterti.”
Ma neppure:
“Non devi mai dimetterti finché non hai firmato da un’altra parte.”
La realtà è più complessa.
Prima di dimetterti, prova a costruire una data di uscita
Esiste una soluzione intermedia che trovo particolarmente utile.
Non dire:
“Resisterò finché troverò qualcosa.”
Perché “finché troverò qualcosa” potrebbe significare due mesi.
Oppure sei.
Oppure molto di più.
Datti invece una scadenza.
Può essere indicativa.
Tre mesi.
La fine dell’anno.
La primavera.
Una data sufficientemente realistica.
Poi utilizza quel periodo con uno scopo preciso:
costruire la tua via d’uscita.
Questo cambia molto anche psicologicamente il modo in cui vivi il presente.
Non sei più semplicemente bloccato.
Sei temporaneamente lì mentre prepari la prossima fase.
Il problema non è soltanto il CV
Quando una persona decide di cambiare lavoro, la prima frase è spesso:
“Devo sistemare il curriculum.”
Sì.
Ma il curriculum è soltanto uno strumento.
Cercare un nuovo lavoro significa prima di tutto capire cosa stai cercando.
Se vuoi soltanto:
“un lavoro diverso da questo”
hai un obiettivo troppo vago.
Diverso come?
Stesso ruolo?
Altro settore?
Un’azienda più grande?
Più piccola?
Più autonomia?
Meno responsabilità?
Più crescita?
Migliore equilibrio tra vita e lavoro?
Prima di spedire candidature a raffica devi costruire una direzione.
Altrimenti rischi di spendere energie senza sapere nemmeno verso cosa stai andando.
Cercare lavoro è un lavoro
Questo è un concetto che ripeto spesso.
Una ricerca professionale seria richiede tempo.
Devi individuare le opportunità.
Adattare le candidature.
Curare CV e LinkedIn.
Contattare persone.
Seguire selezioni.
Preparare colloqui.
Affrontare rifiuti.
Aspettare.
Ricominciare.
Non è un processo istantaneo.
E questo è un altro motivo per cui considero rischioso aspettare di essere completamente esausti prima di iniziare.
Perché a quel punto avrai contemporaneamente due lavori:
quello che vuoi lasciare
e quello necessario per trovarne uno nuovo.
Non affidare tutto il tuo futuro a una sola opportunità
Durante la mia esperienza nel recruitment ho visto, e vissuto anche personalmente, quanto possa essere logorante aspettare che una singola strada porti da qualche parte.
Una candidatura.
Un recruiter.
Una selezione.
Una persona che “dovrebbe farti sapere”.
E intanto aspetti.
Una settimana.
Due.
Un mese.
Magari quell’opportunità arriverà.
Magari no.
Per questo una ricerca efficace non dovrebbe dipendere da un’unica porta.
Se stai costruendo un’alternativa, lavora su più fronti.
Annunci.
Networking.
Recruiter.
Contatti diretti.
Colloqui.
Persone che conoscono il tuo settore.
Il tuo futuro professionale diventa molto più fragile quando dipende completamente dalla risposta di qualcun altro.
Posso dimettermi e poi cercare con calma?
Puoi farlo.
Ma “con calma” non significa automaticamente “meglio”.
Potresti effettivamente avere più tempo.
Potresti recuperare energie.
Potresti riuscire a dedicarti maggiormente alla ricerca.
Ma avrai anche introdotto una nuova variabile:
non avrai più un reddito da lavoro.
E col passare del tempo quella condizione potrebbe creare una pressione diversa.
All’inizio pensi:
“Finalmente posso scegliere.”
Qualche mese dopo potresti pensare:
“Devo trovare qualcosa.”
Ed eccoci di nuovo al problema della lucidità.
Per questo, se valuti le dimissioni senza altra occupazione, chiediti prima come vivresti realmente i mesi successivi.
Non idealmente.
Realmente.
Quattro domande prima di lasciare il lavoro senza averne un altro
Io partirei da qui.
Perché voglio dimettermi?
Non “perché non ne posso più”.
Che cosa precisamente non funziona?
Il problema può essere affrontato mentre costruisco un’alternativa?
Se riesci a restare ancora qualche mese senza compromettere ulteriormente la tua situazione, quel tempo può diventare prezioso.
Ho un margine economico sufficiente per affrontare un periodo senza lavoro?
Questa domanda non può essere ignorata.
Che cosa farò il giorno dopo essermi dimesso?
Se la risposta è:
“Non lo so, poi vedrò”
fermerei la decisione per un momento.
Se invece hai già una direzione, degli strumenti pronti e un piano di ricerca, la situazione è diversa.
Se resti ancora, non utilizzare quel tempo soltanto per resistere
Questa è forse la parte più importante.
Se decidi di non dimetterti immediatamente, devi evitare che la decisione diventi:
“Vabbè, continuo così.”
No.
Se hai compreso che vuoi uscire, il tempo che rimani deve servire a qualcosa.
Aggiorna il CV.
Rivedi LinkedIn.
Chiarisci il tuo obiettivo.
Parla con persone.
Studia il mercato.
Inizia selezioni.
Preparati ai colloqui.
E soprattutto impara a valutare la nuova azienda.
Perché non devi soltanto convincere qualcuno ad assumerti.
Devi anche capire se quella realtà merita di essere scelta da te.
Può esserti utile, su questo, il mio approfondimento su come riconoscere un ambiente di lavoro tossico già durante il colloquio.
Attenzione anche alla paura di cambiare lavoro
Esiste però il rischio opposto.
Trasformare la prudenza in immobilità.
“Prima trovo altro.”
Passano sei mesi.
“Non è ancora il momento.”
Passa un anno.
“Il mercato è complicato.”
Passano altri due anni.
A quel punto non stai più costruendo una strategia prudente.
Stai rimandando.
La paura di cambiare lavoro può assumere forme molto razionali.
Il mutuo.
Il contratto.
L’età.
Il periodo di prova.
Il mercato.
Sono tutte questioni reali.
Ma possono anche diventare argomenti perfetti per non fare mai nulla.
Ed è proprio per questo che è importante distinguere un rischio reale da una paura che ci immobilizza.
E se ho 40 anni e non posso permettermi errori?
Questa è una delle obiezioni che sento più spesso.
A quarant’anni magari hai costruito molto più di quanto avevi a venticinque.
E hai anche maggiori responsabilità.
Quindi è comprensibile essere prudenti.
Ma prudenza non significa immobilità.
Puoi preparare il cambiamento.
Puoi esplorare.
Puoi affrontare colloqui senza aver ancora deciso di andartene.
Puoi capire il tuo valore sul mercato.
Puoi costruire un piano.
Ne ho parlato anche in Cambiare lavoro a 40 anni: come farlo senza ricominciare da zero.
Il cambiamento migliore non è necessariamente quello più rapido.
È quello che riesci a costruire in modo sostenibile.
Quindi: lasciare il lavoro senza averne un altro è una follia?
No.
Ma non è neppure una scelta che consiglierei con leggerezza.
La regola generale rimane:
se puoi, costruisci prima l’alternativa.
Inizia quando sei ancora sufficientemente lucido.
Non aspettare di arrivare al limite.
Mantieni il contatto con il mercato.
Preparati.
Ma se sei già dentro una situazione diventata per te insostenibile, non trasformare “non si lascia mai un lavoro senza averne un altro” in una legge universale.
Valuta la tua situazione.
Le tue risorse.
I tuoi obblighi.
Il tempo che puoi ancora concederti.
Le alternative.
E costruisci una decisione.
Perché qualche volta il problema non è scegliere tra:
“restare” o “dimettermi domani”.
Il problema è che per mesi non abbiamo costruito nulla tra queste due possibilità.
Il vero obiettivo è non arrivare con le spalle al muro
Se potessi lasciare un solo messaggio sarebbe questo.
Non aspettare il giorno in cui non ce la fai più.
Non aspettare di odiare ogni lunedì.
Non aspettare l’ennesima discussione.
Non aspettare che l’unica alternativa che riesci ancora a immaginare siano le dimissioni immediate.
Comincia prima.
Anche se non vuoi cambiare domani.
Anche se oggi il tuo lavoro è ancora sopportabile.
Anche se non sai ancora esattamente cosa vuoi fare.
Esplora.
Preparati.
Costruisci alternative.
Perché il momento migliore per cercare una nuova strada è quello nel quale puoi ancora permetterti di scegliere.
Se stai cercando una via d’uscita da un ambiente tossico
Nel mio libro Aziende tossiche – Come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità dedico un’intera parte proprio alla costruzione della via d’uscita.
Non solo alle dimissioni.
Ma a ciò che dovrebbe accadere prima.
Consapevolezza.
Obiettivo.
Strumenti.
Ricerca.
Colloqui.
Preparazione.
Perché uscire da un ambiente tossico non significa semplicemente aprire la porta e andarsene.
Significa costruire una situazione nella quale tu possa finalmente scegliere dove andare.
Puoi trovare Aziende tossiche su Amazon.
Chi sono
Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e Formatore
Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.
Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.
Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente a info@jacopobagaglio.it



















