Non voglio tornare al lavoro dopo le ferie: quando il problema non sono le vacanze

Non voglio tornare al lavoro dopo le ferie: quando il problema non sono le vacanze

Agosto sta finendo.

Le ferie, per molti, anche.

E insieme alle valigie da disfare torna una frase che in questi giorni comincia a circolare sempre più spesso:

“Non voglio tornare al lavoro.”

Fin qui, niente di strano.

Tra una giornata al mare e una riunione del lunedì mattina probabilmente quasi tutti sceglierebbero la prima.

Rientrare significa ricominciare con sveglie, traffico, mail, appuntamenti, scadenze e responsabilità. È comprensibile che i primi giorni possano essere poco entusiasmanti.

Ma secondo me esiste una domanda molto più interessante da farsi.

Ti dispiace che siano finite le vacanze oppure non vuoi davvero tornare in quel posto di lavoro?

Sembrano la stessa cosa.

Non lo sono.

Ed è proprio la distanza dal lavoro che, a volte, permette di vedere più chiaramente qualcosa a cui durante l’anno ci eravamo semplicemente abituati.

“Vorrei essere ancora in vacanza” è diverso da “non voglio tornare lì”

Immagina due persone.

La prima è stata bene in vacanza.

La domenica sera pensa:

“Che palle, domani si ricomincia.”

Poi lunedì torna al lavoro.

Rivede i colleghi.

Riprende le proprie attività.

Dopo qualche giorno è nuovamente dentro alla quotidianità.

La seconda persona, invece, vive qualcosa di diverso.

Più si avvicina il giorno del rientro e più pensa:

“Io lì non voglio tornare.”

Non è soltanto nostalgia del mare.

È il capo.

Sono le riunioni.

Sono le pressioni.

Sono certe persone.

È il telefono che ricomincerà a squillare.

Sono gli obiettivi.

Sono gli straordinari.

È quella sensazione di dover nuovamente indossare un’armatura per affrontare ogni giornata.

Ecco.

Questa seconda situazione merita almeno una riflessione.

Non significa automaticamente che tu lavori in un ambiente di lavoro tossico.

Ma significa che forse non dovresti liquidare tutto con:

“È normale, nessuno ha voglia di tornare dalle ferie.”

Le vacanze interrompono il pilota automatico

Durante l’anno succede una cosa piuttosto semplice.

Ci abituiamo.

Ci abituiamo alla sveglia.

Al traffico.

Alle riunioni.

Alle mail.

Alle richieste del capo.

Alle telefonate fuori orario.

Alle urgenze.

A fermarci mezz’ora in più.

Poi un’ora.

Poi magari due.

Ci abituiamo persino a situazioni che, viste dall’esterno, probabilmente giudicheremmo assurde.

La normalizzazione è uno dei meccanismi più insidiosi quando si lavora in un contesto poco sano.

All’inizio qualcosa ci infastidisce.

Poi succede di nuovo.

E ancora.

E ancora.

Fino a quando smettiamo quasi di notarlo.

Diventa:

“Qui funziona così.”

Le vacanze interrompono temporaneamente questo meccanismo.

Per qualche giorno esci dalla routine.

Non sei dentro alle dinamiche quotidiane.

Non devi reagire continuamente agli stimoli dell’ufficio.

E quella distanza può restituirti una prospettiva diversa.

Non necessariamente migliore.

Ma diversa.

Ed è proprio tornando che potresti accorgerti di quanto alcune cose ti pesassero.

Il problema può iniziare ancora prima delle ferie

C’è un paradosso interessante.

In alcune aziende persino andare in ferie diventa complicato.

Nel mio libro Aziende tossiche racconto due modi completamente differenti di gestire una richiesta di ferie.

In un contesto sano, il manager verifica semplicemente che il lavoro sia organizzato.

Il collaboratore spiega che è in linea con le attività e che un collega può coprire eventuali emergenze.

Il responsabile prende atto della situazione.

Fine.

In un contesto tossico, invece, la dinamica cambia.

“Proprio adesso devi andare?”

“Mi crei un problema.”

“Va bene, però portati il cellulare.”

“Controlla le mail.”

“Fatti trovare disponibile.”

E magari, come se le ferie fossero state una concessione personale del capo, arriva persino il conto da pagare al rientro:

“Adesso recupera anche questo.”

Il problema non sono più le ferie.

È il rapporto che l’azienda ha con il tuo tempo.

Se durante le vacanze continui a sentirti in dovere di controllare continuamente mail e messaggi, oppure devi giustificarti per il semplice fatto di non essere disponibile, vale la pena domandarsi quanto spazio il lavoro abbia conquistato nella tua vita.

Soprattutto se queste richieste arrivano da un capo tossico che considera ogni tua necessità personale un problema da gestire.

Quando torni e trovi tutto “urgentissimo”

Poi arriva il rientro.

Accendi il computer.

Centosettantadue mail.

Messaggi.

Riunioncina “veloce” alle 9.

Call alle 10.

Problema da risolvere entro mezzogiorno.

Attività rimasta ferma mentre eri via.

Qualcuno che ti dice:

“Bentornato! Guarda che c’è un casino.”

Ed eccoti nuovamente dentro.

Naturalmente può succedere.

Qualche giorno di accumulo dopo le ferie è comprensibile.

Il problema nasce quando l’emergenza non è l’eccezione ma il normale modo di lavorare dell’azienda.

Perché a quel punto non stai semplicemente vivendo un rientro impegnativo.

Stai ritornando nello stesso sistema da cui ti eri temporaneamente allontanato.

In certi ambienti ogni giornata è costruita intorno a qualcosa che non può aspettare.

Tutto è importante.

Tutto è urgente.

Tutto andava fatto ieri.

E se questo sistema richiede costantemente di lavorare oltre l’orario, allora vale la pena leggere anche il mio approfondimento sugli straordinari al lavoro quando diventano parte della cultura aziendale.

Settembre è una specie di Capodanno lavorativo

Nelle Confessioni segrete di un recruiter descrivo settembre proprio così:

una sorta di Capodanno lavorativo.

In Italia agosto rallenta molte attività.

Poi arriva settembre.

Tutti tornano.

Ripartono le selezioni.

Ripartono i progetti.

Ripartono gli obiettivi.

Ripartono i budget.

Riparte tutto.

E spesso si riparte immediatamente ad alta velocità.

Questa caratteristica rende il periodo interessante anche per un altro motivo.

Settembre non è soltanto il mese del rientro.

Può essere un momento molto utile per chiedersi:

“Voglio davvero trascorrere un altro anno professionale nello stesso modo?”

Non:

“Domani devo dimettermi?”

Non:

“Devo mollare tutto?”

Semplicemente:

“Voglio che i prossimi dodici mesi siano uguali ai dodici precedenti?”

È una domanda completamente diversa.

Se stavi bene in vacanza non significa automaticamente che odi il tuo lavoro

Qui bisogna stare attenti.

Non voglio trasformare il normale piacere delle ferie in una diagnosi sull’azienda.

Puoi amare il tuo lavoro e avere comunque poca voglia di rientrare.

Puoi lavorare in una buona azienda e preferire una settimana in Sardegna a una settimana davanti a Excel.

Mi sembra abbastanza umano.

Per questo il singolo pensiero:

“Non voglio tornare al lavoro”

dice poco.

Devi osservare cosa c’è dietro.

Prova a completare la frase.

“Non voglio tornare perché…”

Perché preferivo stare in vacanza?

Oppure:

perché non sopporto più il mio capo?

Perché so che tornerò a fare sistematicamente straordinari?

Perché mi sento controllato continuamente?

Perché so che qualsiasi cosa farò non sarà abbastanza?

Perché non vedo nessuna possibilità di crescita?

Perché mi sento sempre sotto pressione?

Perché ormai i rapporti con i colleghi sono deteriorati?

Perché mi sono accorto che quando non sono lì sto semplicemente meglio?

Le risposte sono molto più importanti della frase iniziale.

Le ferie possono farti vedere ciò che avevi normalizzato

Questo, secondo me, è il vero valore del distacco.

Quando sei dentro una situazione ogni giorno è difficile osservarla dall’esterno.

Ti adatti.

Un esempio.

Immagina di lavorare da anni in un’azienda in cui quasi nessuno esce realmente all’orario previsto.

Formalmente finisci alle 18.

Nella pratica alle 18 nessuno si alza.

18:30.

19:30.

E se un giorno alle 18 chiudi il computer qualcuno scherza:

“Mezza giornata oggi?”

All’inizio quella battuta ti sembra assurda.

Poi inizi a sorridere.

Poi inizi a rimanere.

Poi diventa normale.

Dopo qualche anno forse non ti chiedi neanche più perché.

Ma durante due settimane di ferie improvvisamente ricordi qualcosa.

Che alle 18:30 potrebbe esistere anche la tua vita.

E allora il primo lunedì di rientro quella stessa dinamica può sembrarti diversa.

Non perché l’azienda sia cambiata.

Perché per qualche giorno sei uscito dalla normalità che quell’azienda aveva costruito intorno a te.

“Forse sono io che non reggo più”

Al rientro potrebbe comparire anche un altro pensiero:

“Una volta riuscivo a reggere tutto questo.”

“Perché adesso mi pesa?”

“Forse sono diventato meno motivato.”

“Forse non ho più la stessa resistenza.”

È possibile.

Le persone cambiano.

Cambiano le priorità.

Cambiano i momenti della vita.

Ma esiste anche un’altra possibilità.

Forse hai semplicemente cominciato a mettere in discussione qualcosa che prima accettavi.

In molte aziende si considera normale lavorare costantemente sotto pressione.

Lo si trova persino scritto negli annunci:

“capacità di lavorare sotto pressione”

“gestione dello stress”

“ottima resistenza allo stress”.

Ne ho parlato approfonditamente nell’articolo sulla resistenza allo stress negli annunci di lavoro.

Il punto non è immaginare un mondo del lavoro privo di stress.

Esisteranno sempre periodi difficili.

Scadenze.

Picchi di attività.

Problemi.

Il punto è capire se il picco è diventato la normalità.

Perché lavorare sempre come se fosse il giorno più difficile dell’anno significa non avere più un giorno normale.

Il test del lunedì dopo le ferie

Non esistono test scientifici che possano dirti in cinque minuti se devi cambiare lavoro.

E diffiderei di chi prova a ridurre decisioni così importanti a un questionario.

Ma puoi osservarti.

Il primo giorno.

La prima settimana.

Le prime due settimane.

Che cosa succede?

Il fastidio da rientro passa?

Ritrovi interesse nelle tue attività?

Sei contento di rivedere alcune persone?

Riprendi un ritmo che complessivamente ti sta bene?

Oppure ritorna immediatamente quella stessa sensazione che avevi prima di partire?

Quel peso.

Quella tensione.

Quell’insoddisfazione.

Quella voglia di essere altrove.

Se dopo pochi giorni ti sembra che le ferie non siano mai esistite e torni immediatamente a chiederti come riuscirai ad arrivare alla prossima pausa, forse vale la pena approfondire.

Non significa ancora:

“Devo cambiare lavoro.”

Significa:

“Devo capire cosa sta succedendo.”

Una domanda ancora più utile: ti manca la vacanza o ti manca la libertà?

A volte diciamo:

“Mi manca essere in vacanza.”

Ma forse non ci manca soltanto il mare.

Ci manca poter decidere come usare il nostro tempo.

Ci manca non avere qualcuno che controlla continuamente quello che facciamo.

Ci manca non dover dimostrare qualcosa ogni ora.

Ci manca non vivere con il pensiero del prossimo obiettivo.

Ci manca non dover rispondere immediatamente.

Ci manca avere energia quando arriva sera.

E allora la nostalgia delle ferie può raccontarci qualcosa sul rapporto che abbiamo costruito con il lavoro.

Non necessariamente dobbiamo stravolgere la nostra carriera.

Ma vale la pena ascoltare il messaggio.

Non usare il rientro per prendere decisioni impulsive

Se torni lunedì e martedì pensi:

“Basta, mi licenzio.”

Aspetta.

Non perché tu debba restare.

Ma perché le decisioni professionali importanti meritano lucidità.

Tra restare per sempre e dimettersi domani esistono moltissime possibilità.

Puoi iniziare a capire cosa non funziona.

Puoi aggiornare il curriculum.

Puoi osservare il mercato.

Puoi riattivare qualche contatto.

Puoi iniziare a fare colloqui.

Puoi verificare che valore ha oggi la tua esperienza.

Puoi capire quali aziende potrebbero essere più adatte a te.

Puoi iniziare a costruire un’alternativa.

È lo stesso principio che ho spiegato parlando della paura di cambiare lavoro.

Non devi aspettare necessariamente di essere disperato per iniziare a muoverti.

Anzi.

Quando hai ancora lucidità puoi scegliere meglio.

E se tornare al lavoro ti fa capire che vuoi cambiare?

Allora settembre può diventare davvero un Capodanno lavorativo.

Non nel senso dei buoni propositi destinati a sparire entro ottobre.

Ma come momento in cui trasformare una sensazione vaga in un progetto concreto.

La prima domanda potrebbe essere:

che cosa non voglio più?

Un capo che controlla tutto?

Orari incompatibili con la tua vita?

Obiettivi impossibili?

Nessuna prospettiva?

Un clima di competizione continua?

Una cultura nella quale devi essere reperibile sempre?

Poi arriva la seconda domanda:

che cosa voglio trovare al posto di tutto questo?

Perché cambiare soltanto per fuggire può portarti ad accettare la prima alternativa disponibile.

Cambiare sapendo cosa stai cercando aumenta invece la possibilità di fare una scelta più consapevole.

Ed è proprio per questo che, prima di entrare in una nuova realtà, può essere utile imparare a riconoscere un ambiente di lavoro tossico durante il colloquio.

Non devi vivere aspettando le prossime ferie

Le vacanze servono anche a riposarsi.

È normale aspettarle.

È normale amarle.

È normale che finiscano troppo presto.

Ma c’è una differenza enorme tra aspettare con piacere le ferie e sopravvivere al lavoro contando i giorni che mancano alle ferie.

Se ogni anno la tua vita professionale diventa:

Natale.

Aspetto Pasqua.

Aspetto il ponte.

Aspetto agosto.

Aspetto Natale.

forse vale la pena domandarsi che cosa succede in tutti i giorni che stanno nel mezzo.

Perché sono quelli la maggior parte della tua vita lavorativa.

Quindi: non vuoi tornare dalle ferie o non vuoi tornare al tuo lavoro?

Questa è la domanda che ti lascio.

Non devi rispondere immediatamente.

Puoi semplicemente osservarti nei prossimi giorni.

Se dopo poco tempo tornerai nella tua routine e penserai:

“Ok, è stata soltanto dura ricominciare”,

bene.

Ma se sentirai qualcosa di diverso, non ignorarlo automaticamente.

Soprattutto se quelle sensazioni esistevano già prima di partire.

Le ferie potrebbero non aver creato il problema.

Potrebbero semplicemente averti dato abbastanza distanza per vederlo.

E forse il punto non è trovare il modo di resistere fino alle prossime vacanze.

Forse il punto è capire se puoi costruire una vita professionale dalla quale non senti continuamente il bisogno di scappare.

Quando il rientro ti fa vedere un ambiente di lavoro tossico

Nel mio libro Aziende tossiche – Come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità parlo proprio dei meccanismi attraverso cui alcune dinamiche diventano progressivamente normali: straordinari, pressione, leadership tossica, obiettivi, paura, mancanza di crescita e difficoltà nel decidere di cambiare.

Perché spesso il primo passo non è dimettersi.

È riuscire a vedere con lucidità il posto in cui siamo.

E qualche volta proprio una pausa, una vacanza, qualche giorno lontano dall’ufficio può aiutarci a farlo.

Puoi trovare Aziende tossiche su Amazon.

Chi sono

Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e formatore.

Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.

Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.

Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente.

 

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