Cosa succede davvero quando partecipi a un quiz televisivo? Ecco cosa ho imparato partecipando a tre puntate de L’Eredità, tra aspettative, pressione, delusione e una scoperta inattesa su me stesso.
Perché ho deciso di partecipare a L’Eredità
Per tre giorni ho partecipato alle registrazioni de L’Eredità.
Tre puntate.
Tre eliminazioni.
Zero euro vinti.
Zero sfide vinte.
E un discreto amaro in bocca.
Potrei dirti che “l’importante è partecipare”.
Ma sarebbe una bugia.
Quando si partecipa a un quiz televisivo si vuole vincere.
Io volevo vincere.
Non solo per i soldi.
Certo, mi avrebbe fatto piacere tornare a casa con qualche migliaio di euro da dare alla mia famiglia.
Ma c’era anche un’altra motivazione, che non avevo raccontato a nessuno.
Speravo anche in una piccola svolta professionale
Pensavo che, se le cose fossero andate davvero bene, quella visibilità avrebbe potuto dare una spinta anche al mio lavoro.
Sono un consulente di carriera.
Ogni giorno aiuto persone a trovare una direzione professionale.
Mi sono immaginato che una vittoria potesse far arrivare qualche telefonata in più.
Qualche intervista.
Qualche giornale locale.
Qualche persona curiosa di capire cosa faccia un consulente di carriera.
Era una speranza.
Non una certezza.
La realtà è stata molto diversa da come l’avevo immaginata
Poi sono arrivato negli studi.
E la realtà è stata molto diversa da quella che avevo immaginato.
La prima cosa che mi ha colpito è stato il livello degli altri concorrenti.
Da casa sembrano brave persone che giocano.
Quando sei lì accanto a loro, ti accorgi che molti hanno una cultura generale impressionante e una velocità di ragionamento fuori dal comune.
Mi sono sentito normale.
Molto normale. E non c’è nulla di sbagliato in questo. Io sono una persona normale e comune.
La scoperta che non mi aspettavo
La seconda scoperta, però, è stata molto più personale.
Pensavo di conoscermi.
Pensavo di sapere come reagisco sotto pressione.
Dopotutto ho già parlato davanti a un pubblico e alle telecamere.
Ho fatto l’animatore turistico
Oggi conduco colloqui e percorsi di coaching e formazione ogni settimana.
Credevo che tutto questo mi avrebbe aiutato.
Mi sbagliavo. E di molto.
Il problema non era l’emozione.
Era il cervello.
Mal di testa.
Nebbia mentale.
Difficoltà a concentrarmi.
La sensazione di sapere una risposta ma di non riuscire a recuperarla in tempo.
Pensavo che la mia mente mi avrebbe assistito.
Invece non l’ha fatto.
Ed è stato in quel momento che ho fatto la scoperta più importante.
Credevo di conoscere me stesso.
In realtà conoscevo me stesso solo nei contesti che mi erano familiari.
Non avevo mai conosciuto lo Jacopo che deve prendere una decisione in tre secondi, con le telecamere puntate addosso e milioni di persone davanti allo schermo.
Quella versione di me non mi è piaciuta.
Era meno lucida.
Meno concentrata.
Più fragile di quanto immaginassi.
Ed è stato difficile accettarlo.
Perché io, di lavoro, aiuto le persone a conoscersi meglio.
Eppure mi sono accorto che c’era ancora una parte di me che non avevo mai incontrato.
Il vero motivo per cui penso di aver fallito
Questa esperienza mi ha fatto capire anche un’altra cosa.
Avevo costruito, senza rendermene conto, una piccola strategia di marketing appoggiandola a un evento che non dipendeva quasi per niente da me.
Pensavo:
“Se vinco, magari succede questo.”
“Se arrivo in fondo, magari qualcuno mi cerca.”
“Se va bene, magari il mio libro prende il volo.”
Non c’è niente di sbagliato.
Lo rifarei.
Ma oggi mi rendo conto che era una strategia fragile.
Perché dipendeva da qualcosa che non potevo controllare.
Il sorteggio.
Gli avversari.
Le domande.
La lucidità di quei trenta secondi.
Cosa mi porto davvero a casa
Oggi torno a casa senza soldi, con un pizzico di delusione e con la consapevolezza che una parte di me sperava davvero in quella che, con un sorriso, chiamo “la botta di culo”.
Non è arrivata.
Pazienza.
Ma non credo di aver fallito perché sono stato eliminato.
Ho fallito perché ero convinto di sapere come avrei reagito.
E invece ho scoperto che ci sono contesti che tirano fuori parti di noi che non avevamo mai visto.
Forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena, ogni tanto, uscire dalla propria zona di comfort.
Non per dimostrare qualcosa agli altri.
Ma per scoprire qualcosa di noi.
Perché non conosci davvero chi sei quando tutto va come sempre.
Lo scopri quando entri in un contesto completamente nuovo.
Ed è lì che, nel bene e nel male, inizi davvero a conoscerti.
C’è un’ultima riflessione che mi porto a casa.
Ogni giorno aiuto le persone a conoscersi meglio dal punto di vista professionale.
Facciamo test, analizziamo competenze, valori, motivazioni, punti di forza.
Eppure questa esperienza mi ha ricordato una cosa fondamentale.
Ci sono parti di noi che non emergono finché non ci mettiamo in un contesto completamente nuovo.
Possiamo analizzare una persona per ore.
Possiamo fare tutte le riflessioni del mondo.
Ma poi basta un colloquio importante, un cambio di lavoro, una promozione o, nel mio caso, un quiz televisivo, per scoprire reazioni che non avevamo mai visto.
È anche per questo che continuo ad amare il mio lavoro.
Perché conoscere sé stessi non è un punto di arrivo.
È un processo che dura tutta la vita.
Chi sono
Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera.
Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.
Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.
Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente.
Jacopo Bagaglio
Career Coach e Formatore



















