Hai fatto il colloquio.
Ti sei preparato, hai studiato l’azienda, hai raccontato le tue esperienze professionali e risposto a tutte le domande.
Magari il recruiter sembrava anche soddisfatto.
Ti ha parlato delle attività, del team, dei prossimi passaggi. Ti ha chiesto quale fosse la tua disponibilità e quali fossero le tue aspettative economiche.
Poi, dopo qualche giorno, arriva la comunicazione:
Abbiamo deciso di proseguire con un altro candidato.
Oppure, molto più semplicemente, non arriva nulla.
E allora inizi a farti delle domande.
Perché mi hanno scartato? Cosa ho sbagliato? Non ero abbastanza preparato? Ho chiesto troppi soldi? Forse non sono piaciuto al responsabile?
Sono domande comprensibili. Ma c’è una cosa che vorrei chiarire subito.
Non sempre un candidato viene scartato perché ha sbagliato qualcosa.
Lo dico dopo aver trascorso oltre dieci anni nel mondo della ricerca e selezione del personale, seduto dall’altra parte della scrivania.
Ho incontrato centinaia di candidati, mi sono confrontato con aziende e responsabili, ho partecipato a processi di selezione e ho visto come vengono prese certe decisioni.
E posso assicurarti che ciò che accade dietro le quinte di un colloquio è spesso più complesso di quanto si possa immaginare.
1. Non sempre viene assunto il candidato più preparato
Partiamo da un equivoco.
Molte persone immaginano la selezione del personale come una competizione nella quale vince il candidato migliore.
Un po’ come una gara sportiva.
Ci sono diversi partecipanti, vengono valutate le loro competenze e alla fine viene scelto quello che ha dimostrato di possedere le qualità maggiori.
Sarebbe bello se funzionasse sempre così.
Ma cosa significa, esattamente, essere il candidato migliore?
Quello con più anni di esperienza? Quello che possiede una laurea più prestigiosa? Quello che conosce meglio un determinato software? Oppure quello che ha già svolto esattamente le attività previste dalla posizione?
La verità è che il candidato professionalmente più qualificato non coincide necessariamente con quello che l’azienda decide di assumere.
Durante una selezione possono entrare in gioco elementi molto diversi.
Un’azienda può preferire una persona meno esperta ma con competenze maggiormente coerenti con le necessità immediate. Può cercare qualcuno immediatamente operativo oppure una figura da formare internamente.
Può desiderare un professionista con una determinata esperienza settoriale anche quando un altro candidato possiede competenze più ampie.
E naturalmente possono incidere anche valutazioni soggettive.
Questo non significa che ogni selezione sia arbitraria o che le competenze non contino.
Significa che la decisione finale dipende dall’incontro tra ciò che una persona offre e ciò che, in quel preciso momento, l’organizzazione sta cercando.
Non sempre le due cose coincidono.
E non sempre l’azienda riesce a spiegare con chiarezza perché.
2. Il recruiter può apprezzarti, ma non è necessariamente lui a decidere
Questa è una delle dinamiche che molti candidati faticano a comprendere.
Soprattutto quando il primo colloquio è andato particolarmente bene.
Il recruiter ti ascolta, approfondisce il tuo percorso, sembra interessato alla tua esperienza e magari conclude dicendoti che il profilo è coerente con la posizione.
Poi non vieni assunto.
Come è possibile?
Perché in molte selezioni il recruiter non è la persona che prende la decisione finale.
Quando lavoravo nella ricerca e selezione del personale, il mio compito era individuare professionisti potenzialmente adatti alle esigenze dell’azienda cliente.
Dovevo comprenderne le competenze, verificarne la coerenza con la posizione e presentare i profili che ritenevo interessanti.
Ma a quel punto iniziava un’altra fase.
L’azienda poteva decidere di incontrare i candidati, approfondire alcuni aspetti oppure modificare le proprie priorità.
Il responsabile poteva avere una visione diversa da quella del recruiter.
Il recruiter poteva considerare un profilo particolarmente interessante, mentre l’azienda preferiva qualcun altro.
Non è necessariamente una contraddizione.
Sono due interlocutori che osservano la stessa persona da prospettive differenti.
E qui entra in gioco una questione che conosco molto bene.
Nelle società di ricerca e selezione esiste anche una relazione commerciale tra il recruiter e l’azienda cliente.
Il recruiter deve comprendere e soddisfare le esigenze dell’organizzazione che gli ha affidato l’incarico.
Questo non significa che debba rinunciare alla propria professionalità o ignorare gli interessi del candidato.
Significa però riconoscere una realtà: il processo di selezione non è costruito esclusivamente attorno alle aspirazioni della persona che cerca lavoro.
C’è un’azienda con esigenze organizzative, economiche e professionali.
E quelle esigenze incidono sulla decisione.
Quindi, quando un recruiter manifesta un interesse reale nei tuoi confronti, non significa automaticamente che riceverai un’offerta.
Significa che, almeno secondo la sua valutazione, possiedi caratteristiche compatibili con la ricerca.
La decisione finale può dipendere anche da altri.
3. A volte vieni scartato perché l’azienda cambia idea
Immagina questa situazione.
Un’azienda decide di assumere un nuovo responsabile.
Definisce il ruolo, individua le competenze necessarie, stabilisce un budget e avvia una selezione.
I colloqui iniziano.
Vengono incontrati diversi candidati.
Alcuni risultano interessanti.
Poi, durante il processo, qualcosa cambia.
Magari l’azienda si rende conto che ha bisogno di competenze differenti. Oppure decide di riorganizzare il reparto.
Il responsabile che aveva richiesto l’inserimento cambia le proprie priorità.
Il budget viene rivisto.
La posizione può persino essere cancellata.
Ti sembra assurdo?
Posso dirti che nella mia esperienza mi è capitato di lavorare su selezioni reali che venivano improvvisamente congelate.
Dopo telefonate, ricerca di candidati, colloqui e presentazioni all’azienda.
Il lavoro era stato svolto.
I candidati erano stati coinvolti.
Ma l’assunzione non arrivava.
In questi casi non è necessariamente il candidato a non aver funzionato.
È cambiato il contesto.
Naturalmente, questo non deve diventare una spiegazione rassicurante per qualsiasi rifiuto. Esistono anche selezioni nelle quali una persona viene esclusa perché le sue competenze non corrispondono a quelle richieste.
Ma bisogna riconoscere che non tutte le esclusioni dipendono dalla qualità della candidatura.
Il problema, semmai, riguarda il modo in cui certe situazioni vengono comunicate.
Un candidato ha investito tempo, energie e aspettative.
Meriterebbe quantomeno di sapere che la selezione non proseguirà.
Purtroppo, questo non accade sempre.
In un altro articolo ho approfondito proprio perché un recruiter può smettere di rispondere dopo un colloquio di lavoro, spiegando alcune delle dinamiche che possono nascondersi dietro il silenzio.
4. Le aspettative economiche possono influenzare la decisione, anche con la nuova trasparenza retributiva
Parliamo di soldi.
È un argomento che non mi piace aggirare, anche perché nel mondo della selezione del personale il denaro ha un’importanza enorme.
Un’azienda non assume soltanto un professionista.
Sostiene un costo.
E spesso deve rispettare un budget.
Per molto tempo le trattative economiche hanno seguito una dinamica piuttosto semplice.
Il recruiter chiedeva al candidato quanto guadagnasse.
Poi domandava quanto desiderasse guadagnare per cambiare lavoro.
L’azienda valutava la richiesta e decideva se fosse sostenibile.
Questo sistema, tuttavia, presentava diversi problemi.
Innanzitutto, la retribuzione precedente del candidato finiva spesso per diventare il punto di riferimento della trattativa.
Il rischio era che una persona storicamente sottopagata continuasse a essere penalizzata anche nel successivo rapporto di lavoro.
Ma nel 2026 il quadro normativo italiano è cambiato.
Cosa prevede la nuova legge sulla trasparenza retributiva
Dal 7 giugno 2026 è in vigore in Italia il Decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, che recepisce la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva e sulla parità salariale tra uomini e donne.
La normativa, con riferimento ai rapporti di lavoro che rientrano nel suo ambito di applicazione, introduce obblighi importanti già durante la fase di selezione.
In particolare:
negli annunci e nei bandi di lavoro deve essere indicata la retribuzione iniziale o la fascia retributiva prevista per la posizione;
devono essere fornite le pertinenti informazioni relative al contratto collettivo applicato;
le retribuzioni devono essere determinate sulla base di criteri oggettivi e neutri rispetto al genere;
i datori di lavoro e i soggetti che gestiscono la selezione per loro conto non possono chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite negli attuali o precedenti rapporti di lavoro.
Si tratta di un cambiamento importante, perché sposta il punto di partenza della trattativa economica dalla storia retributiva del candidato al valore attribuito alla posizione professionale.
Il riferimento è l’articolo 5 del Decreto legislativo n. 96/2026, consultabile su Normattiva.
Ma con la nuova legge si può ancora essere scartati per ragioni economiche?
La risposta è sì, ma occorre distinguere.
La trasparenza retributiva non elimina automaticamente le differenze tra le aspettative economiche di un professionista e il budget previsto dall’azienda.
Immagina un annuncio che preveda una retribuzione annua lorda compresa tra 35.000 e 45.000 euro.
Tu partecipi alla selezione e, considerando le tue competenze e le responsabilità del ruolo, ritieni adeguata una proposta di 45.000 euro.
L’azienda potrebbe voler discutere la tua richiesta oppure valutare altri professionisti, rispettando i criteri oggettivi e non discriminatori previsti dalla normativa.
Il problema non è l’esistenza di una trattativa economica.
Il problema nasce quando le decisioni sono arbitrarie, discriminatorie oppure quando la retribuzione precedente di una persona viene utilizzata come strumento per condizionare la proposta.
La maggiore trasparenza dovrebbe permettere ai candidati di affrontare la selezione conoscendo fin dall’inizio le condizioni economiche della posizione.
Questo non significa che il candidato debba accettare qualsiasi cifra compresa nella fascia pubblicata.
E nemmeno che l’azienda sia obbligata a riconoscere automaticamente il valore massimo.
Significa che il confronto deve partire da informazioni più chiare.
E, dal mio punto di vista, rappresenta un cambiamento significativo.
Perché il valore professionale di una persona non dovrebbe dipendere semplicemente da quanto guadagnava nell’azienda precedente.
5. Il colloquio non valuta soltanto quello che sai fare
Qui entriamo in una questione più delicata.
Durante una selezione vengono valutate le competenze tecniche, naturalmente.
Ma non soltanto quelle.
Il recruiter e il responsabile possono cercare di comprendere come lavori, come affronti le difficoltà, come collabori con gli altri e come racconti le tue esperienze.
In altre parole, cercano di capire anche come potresti inserirti nell’organizzazione.
Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente.
Il problema nasce quando queste valutazioni diventano eccessivamente soggettive.
Frasi come:
Non mi ha convinto.
Non lo vedo nel nostro gruppo.
Non mi ha trasmesso la giusta energia.
possono nascondere impressioni che non sono state tradotte in criteri professionali chiari.
Non sto sostenendo che queste considerazioni siano sempre infondate.
La capacità di collaborare e comunicare è importante.
Ma bisogna distinguere tra una valutazione basata su comportamenti osservabili e una semplice sensazione personale.
Una persona introversa, per esempio, non è necessariamente meno capace di collaborare.
Un candidato emozionato non è automaticamente un professionista insicuro.
E una persona particolarmente brillante durante il colloquio non sarà necessariamente altrettanto efficace nel lavoro quotidiano.
Il colloquio è uno strumento di valutazione, non una radiografia infallibile della persona.
Dovrebbero ricordarlo i candidati.
Ma soprattutto dovrebbero ricordarlo coloro che selezionano.
6. Avere competenze non significa saperle raccontare
Finora abbiamo parlato soprattutto di ciò che dipende dall’azienda.
Ma sarebbe scorretto raccontarti che il candidato non abbia mai alcuna responsabilità.
Ci sono situazioni nelle quali una persona possiede effettivamente le competenze richieste, ma non riesce a comunicarle.
E questo può penalizzarla.
Pensa a un professionista con quindici anni di esperienza.
Ha gestito progetti complessi, coordinato attività, risolto problemi e raggiunto risultati importanti.
Arriva al colloquio.
Il recruiter gli chiede:
Mi racconti di cosa si occupa attualmente?
E lui inizia a descrivere una lunga sequenza di attività.
Controllo dei documenti.
Gestione delle comunicazioni.
Riunioni.
Aggiornamento dei sistemi.
Relazioni con i colleghi.
Tutto vero.
Ma dopo dieci minuti il recruiter potrebbe non aver ancora compreso il valore concreto del suo contributo.
Cosa ha migliorato?
Quali responsabilità ha assunto?
Quali problemi ha risolto?
Quali risultati ha raggiunto?
Questo è un punto sul quale lavoro spesso anche nei miei percorsi di career coaching.
Non si tratta di imparare delle risposte a memoria o di inventarsi una storia professionale più bella della realtà.
Si tratta di riuscire a spiegare con chiarezza ciò che si è fatto e perché è importante.
Perché avere competenze e riuscire a renderle riconoscibili sono due cose differenti.
E durante un colloquio entrambe possono fare la differenza.
7. Anche i pregiudizi possono influenzare una selezione
Vorrei soffermarmi su un aspetto che considero particolarmente importante.
Chi conduce un colloquio è una persona.
E come tutte le persone può commettere errori di valutazione.
Può essere influenzato da impressioni iniziali, esperienze precedenti, convinzioni personali o stereotipi.
Può attribuire maggiore credibilità a chi comunica in un determinato modo.
Può interpretare una pausa come insicurezza.
Può avere idee preconcette sull’età, sulla provenienza professionale o su un percorso di carriera non lineare.
Questo non significa che tutti i recruiter lavorino in questo modo.
Sarebbe ingiusto e soprattutto falso.
Significa però che la selezione del personale non è automaticamente oggettiva soltanto perché viene condotta da un professionista delle risorse umane.
Ecco perché sono importanti criteri di valutazione chiari, domande pertinenti rispetto al lavoro e confronti basati su competenze ed evidenze.
Quando parlo con persone che temono di non essere più interessanti per il mercato, mi capita spesso di incontrare professionisti che hanno già iniziato ad attribuire a se stessi il giudizio che immaginano riceveranno dalle aziende.
Questo succede anche a chi sta pensando di cambiare lavoro a 50 anni.
Il rischio è duplice.
Da una parte possono esistere effettivamente stereotipi che penalizzano alcuni candidati.
Dall’altra, la paura di essere esclusi può portare una persona a rinunciare persino a candidarsi.
Ed è importante distinguere le due questioni.
Non possiamo controllare tutti i giudizi degli altri.
Possiamo però evitare di trasformare quei giudizi, reali o presunti, nella misura del nostro valore professionale.
8. E se fossi semplicemente arrivato secondo?
C’è poi una possibilità molto più semplice.
Hai fatto un buon colloquio.
Possiedi le competenze richieste.
Il recruiter ha valutato positivamente il tuo percorso.
Anche il responsabile ha apprezzato la tua candidatura.
Ma alla fine l’azienda assume un’altra persona.
Magari qualcuno che ha già lavorato nello stesso settore.
Oppure un candidato che conosce un sistema gestionale particolare.
O ancora una persona che ha maturato esperienze molto simili a quelle richieste per la posizione.
Non c’è necessariamente un errore da individuare.
Due candidati possono essere entrambi validi, ma l’azienda ha una sola posizione disponibile.
Questo, nella ricerca di lavoro, è un aspetto difficile da accettare.
Perché siamo abituati a ragionare in termini di successo e fallimento.
Se mi assumono, ho avuto successo.
Se mi scartano, ho fallito.
Ma un processo di selezione non è un esame scolastico.
Essere scartati non significa necessariamente essere stati valutati negativamente.
Può significare semplicemente che, tra diversi profili ritenuti adatti, l’azienda ne ha preferito uno.
Naturalmente può fare male.
Soprattutto quando quella posizione ti interessava molto.
Ma sarebbe un errore trasformare quella decisione nella prova che non sei abbastanza bravo.
9. Come capire perché sei stato scartato dopo il colloquio?
Arriviamo alla domanda più importante.
Come puoi capire cosa è successo realmente?
La prima possibilità è chiedere un feedback.
Se hai ricevuto una comunicazione nella quale ti viene detto che la selezione è proseguita con un altro candidato, puoi rispondere ringraziando e chiedendo se sia possibile conoscere quali elementi abbiano orientato la scelta.
Non serve un messaggio lunghissimo.
Puoi scrivere qualcosa del genere:
Buongiorno, la ringrazio per l’aggiornamento. Naturalmente mi dispiace non proseguire nella selezione, ma ho apprezzato l’opportunità di confronto. Se possibile, mi farebbe piacere ricevere un breve feedback, soprattutto per comprendere quali aspetti della mia candidatura potrei migliorare in futuro.
Riceverai una risposta?
Non necessariamente.
E anche quando arriverà, non è detto che contenga tutte le motivazioni della decisione.
A volte i feedback sono molto generici.
Altre volte sono davvero utili.
Ma vorrei suggerirti una cosa che considero ancora più importante.
Non limitarti a chiedere all’azienda perché ti ha scartato. Impara a valutare autonomamente come hai affrontato il colloquio.
Dopo ogni selezione, prova a domandarti:
Sono riuscito a spiegare con chiarezza il mio percorso professionale?
Ho raccontato esempi concreti delle mie competenze?
Ho saputo valorizzare i risultati ottenuti?
Ho compreso realmente cosa cercava l’azienda?
Ci sono state domande alle quali ho risposto in modo poco convincente?
Le mie aspettative economiche erano coerenti con la fascia retributiva prevista per il ruolo?
Ho mostrato interesse per la posizione oppure mi sono concentrato soltanto sul desiderio di cambiare lavoro?
Non per colpevolizzarti.
Ma per distinguere ciò che puoi migliorare da ciò che non dipende da te.
Una distinzione fondamentale.
10. Dopo diversi colloqui andati male, forse è il momento di cambiare strategia
Un colloquio senza esito positivo non dice molto.
Due nemmeno.
Ma se partecipi a numerose selezioni, arrivi regolarmente alle fasi finali e continui a non ricevere offerte, potrebbe essere utile analizzare ciò che sta accadendo.
Attenzione: non sto dicendo che il problema sia necessariamente tuo.
Sto dicendo che una sequenza di esperienze simili merita di essere approfondita.
Forse stai puntando a ruoli poco coerenti con il tuo percorso.
Forse il curriculum comunica competenze differenti da quelle che riesci a raccontare durante il colloquio.
Forse fatichi a spiegare perché vuoi cambiare lavoro.
Oppure possiedi un’esperienza importante, ma non riesci ancora a trasformarla in una proposta professionale convincente.
C’è anche un’altra possibilità.
Stai cercando di lasciare un contesto lavorativo nel quale non ti trovi più bene e, durante i colloqui, finisci per parlare soprattutto di quello che vuoi abbandonare.
Del capo.
Dei colleghi.
Delle ingiustizie subite.
Della mancanza di riconoscimento.
Sono situazioni che conosco bene anche attraverso il mio lavoro di career coach.
E comprendo perfettamente il desiderio di raccontarle.
Ma durante un colloquio è importante riuscire a distinguere il passato dal futuro.
Un conto è spiegare perché un’esperienza professionale è arrivata alla conclusione.
Un altro è lasciare che quella esperienza occupi tutto il racconto.
Se vuoi cambiare lavoro, l’interlocutore deve comprendere non soltanto da cosa desideri allontanarti, ma soprattutto verso cosa vuoi andare.
Questo passaggio diventa ancora più difficile quando il cambiamento fa paura.
Ne ho parlato nell’articolo dedicato alla paura di cambiare lavoro e alle ragioni per cui spesso restiamo dove siamo.
11. Ma siamo sicuri che tu abbia perso un’opportunità?
Vorrei concludere con una riflessione che nasce anche dal mio libro Aziende tossiche.
Quando partecipiamo a un colloquio, tendiamo spesso a concentrarci su un unico obiettivo.
Essere scelti.
Vogliamo dimostrare di possedere le competenze giuste.
Vogliamo fare una buona impressione.
Vogliamo ricevere una proposta.
È comprensibile, soprattutto se stiamo cercando lavoro da molto tempo o desideriamo lasciare un ambiente professionale che non ci fa stare bene.
Ma in questa corsa verso l’assunzione rischiamo di dimenticare qualcosa.
Anche noi stiamo scegliendo.
Non siamo soltanto persone che devono convincere un’azienda ad assumerci.
Siamo professionisti che stanno valutando se affidare a quell’organizzazione una parte importante della propria vita.
Il nostro tempo.
Le nostre competenze.
Le nostre energie.
Le nostre aspettative.
Per questo, durante una selezione, dovremmo osservare non soltanto come veniamo valutati, ma anche come veniamo trattati.
Un’azienda che comunica in modo confuso, cambia continuamente le condizioni, evita le domande o presenta aspettative poco realistiche ci sta già fornendo informazioni importanti.
Non significa automaticamente che sia un’azienda tossica.
Ma sono elementi che meritano attenzione.
Ho approfondito questo argomento in Come riconoscere un ambiente di lavoro tossico durante il colloquio.
Perché qualche volta una selezione che non si conclude con un’assunzione può anche rappresentare un’occasione per riflettere su ciò che desideriamo realmente dal nostro lavoro.
Essere scartati a un colloquio non significa non valere
Dopo oltre dieci anni trascorsi nella selezione del personale, una delle convinzioni che ho maturato è che il valore di un professionista non possa essere ridotto all’esito di un colloquio.
Una selezione è l’incontro tra persone, esigenze organizzative, competenze, aspettative economiche e circostanze che possono cambiare.
A volte viene scelto il candidato più preparato.
A volte quello che possiede l’esperienza maggiormente coerente con il ruolo.
A volte incidono considerazioni economiche, organizzative o soggettive.
E altre volte il candidato può effettivamente aver commesso degli errori.
Non avrebbe senso negarlo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato attribuirsi automaticamente la responsabilità di ogni rifiuto.
Il problema nasce quando, dopo una serie di selezioni senza esito positivo, cominciamo a dubitare non soltanto delle nostre capacità di affrontare un colloquio, ma del nostro stesso valore professionale.
È un passaggio pericoloso.
Perché rischiamo di entrare in ogni nuova selezione già convinti di non essere abbastanza.
E finiamo per mostrare soltanto una parte di quello che siamo realmente capaci di fare.
La ricerca di lavoro richiede preparazione, metodo e capacità di mettersi in discussione.
Ma richiede anche la consapevolezza che non possiamo controllare tutte le decisioni degli altri.
Possiamo imparare dai nostri errori.
Possiamo migliorare il modo in cui raccontiamo le nostre esperienze.
Possiamo cercare opportunità maggiormente coerenti con ciò che desideriamo.
E possiamo continuare a costruire alternative.
Perché il nostro obiettivo non dovrebbe essere convincere qualsiasi azienda ad assumerci.
Dovrebbe essere trovare un’azienda nella quale le nostre competenze, le nostre aspirazioni e i nostri valori possano incontrarsi con quelli dell’organizzazione.
E questo, credimi, è molto diverso dal voler superare un colloquio a tutti i costi.
Chi sono
Mi chiamo Jacopo Bagaglio, sono consulente di carriera, career coach professionista ed ex recruiter.
Dopo oltre dieci anni trascorsi nella ricerca e selezione del personale, oggi affianco le persone nei momenti di cambiamento professionale, aiutandole a valorizzare le proprie competenze, prepararsi ai colloqui e costruire strategie efficaci di ricerca del lavoro.
Sono anche autore del libro Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità.
Se stai affrontando numerosi colloqui senza ottenere risultati e vuoi capire come migliorare la tua strategia, puoi conoscere i miei percorsi di consulenza di carriera oppure scrivermi a info@jacopobagaglio.it.



















