Recruiter non risponde dopo il colloquio: perché succede e cosa far

Recruiter non risponde dopo il colloquio: perché succede e cosa far

“Le faremo sapere.”

Finisce il colloquio.

La sensazione è buona.

Il recruiter sembra interessato.

Ti spiega che deve confrontarsi con l’azienda e che ti aggiornerà.

Passano alcuni giorni.

Niente.

Passa un’altra settimana.

Ancora niente.

Controlli la mail.

Guardi il telefono.

Magari torni persino sull’annuncio per vedere se è ancora pubblicato.

E inevitabilmente cominci a chiederti:

“Perché il recruiter non mi risponde dopo il colloquio?”

Ho lavorato per anni dall’altra parte della scrivania.

E posso dirti una cosa che forse può aiutarti a leggere meglio quel silenzio:

non esiste una sola spiegazione.

A volte significa semplicemente che la selezione non è andata nella direzione sperata.

Ma altre volte dietro quel silenzio ci sono dinamiche che il candidato non può vedere.

E alcune le conosco molto bene.

Il feedback al candidato: in teoria fondamentale, nella pratica spesso sacrificato

Quando vieni formato per lavorare nella ricerca e selezione del personale, una delle cose che impari è l’importanza del feedback.

Il candidato dovrebbe essere seguito.

Informato.

Aggiornato.

Dovrebbe sapere come è andato il colloquio e cosa succederà dopo.

Tutto giusto.

Poi inizi realmente a fare quel lavoro.

E scopri che la giornata del recruiter può essere molto diversa dalla teoria.

Colloqui.

Telefonate.

Ricerca di candidati.

Clienti da seguire.

Nuove aziende da contattare.

Riunioni.

KPI.

Problemi improvvisi.

Candidati che rinunciano.

Clienti che cambiano idea.

E, nelle società di ricerca e selezione nelle quali ho lavorato, una pressione costante sul fatturato.

A quel punto entra in gioco una questione molto semplice:

le priorità.

E purtroppo il feedback al candidato può scendere rapidamente nella lista.

Non sto dicendo che sia corretto.

Sto spiegando cosa ho visto accadere.

A volte il recruiter non ti risponde perché ha altre priorità

Durante la mia carriera ho lavorato in realtà nelle quali il recruiter non si occupava soltanto di selezionare persone.

Doveva anche generare fatturato.

Trovare clienti.

Portare avanti azioni commerciali.

Raggiungere obiettivi.

E soprattutto verso la fine del mese la pressione poteva aumentare enormemente.

Se mancavano ancora dei risultati da raggiungere, tutte le energie venivano concentrate sulle attività che potevano portare più rapidamente a chiudere una selezione o un contratto.

In un sistema del genere può verificarsi una distorsione evidente.

Da una parte c’è una mail da inviare a un candidato per spiegargli come è andato il colloquio.

Dall’altra c’è un cliente da chiamare, una selezione da chiudere o un’attività che può produrre fatturato.

Indovina quale delle due rischia di diventare prioritaria?

Questa era una delle dinamiche che personalmente sopportavo meno.

Perché per l’organizzazione poteva trattarsi semplicemente di una mail rimandata.

Per il candidato dall’altra parte poteva significare giorni di attesa e aspettative.

Anche io qualche volta non ho dato un feedback

Lo dico perché sarebbe troppo comodo raccontare questa storia mettendomi dalla parte dei buoni.

Ho sempre attribuito grande importanza ai candidati.

È probabilmente una delle ragioni per cui la parte del recruitment che ho amato maggiormente è sempre stata il colloquio: conoscere persone, ascoltare storie professionali, capire aspirazioni e provare a creare un incontro tra una persona e un’opportunità.

E durante la mia carriera ho cercato quasi sempre di dare un riscontro alle persone con le quali entravo in contatto.

Quasi.

Perché qualche volta qualcuno mi è sfuggito.

Non per disinteresse.

Non perché pensassi che quella persona non meritasse una risposta.

Semplicemente perché, tra centinaia di attività, qualcosa rimaneva indietro.

E ancora oggi, se qualcuno si è trovato ad aspettare inutilmente una mia risposta, me ne dispiace.

Questa esperienza mi ha insegnato una cosa:

il silenzio di un recruiter non è necessariamente un giudizio sul candidato.

Può esserlo.

Ma non sempre.

Il recruiter potrebbe non avere ancora una risposta da darti

C’è poi un secondo scenario che il candidato vede ancora meno.

Hai sostenuto il colloquio con il recruiter.

Lui ti considera interessante.

Presenta il tuo profilo all’azienda.

E da quel momento non decide più soltanto lui.

Entra in gioco il cliente.

Durante la mia carriera ho visto aziende chiedere altri candidati anche dopo aver ricevuto profili validi.

Ho visto selezioni allungarsi perché chi doveva prendere la decisione non era ancora convinto.

Ho visto processi che sembravano vicini alla conclusione improvvisamente rallentare.

Il recruiter rimane nel mezzo.

Da una parte c’è il candidato che domanda:

“Ci sono novità?”

Dall’altra c’è l’azienda che ancora non ha preso una decisione.

E il recruiter, banalmente, può non avere ancora una vera risposta da dare.

Questo non rende piacevole il silenzio.

Ma cambia completamente la sua interpretazione.

Quando il cliente non riesce a scegliere

Ho visto anche un paradosso curioso.

A volte il problema non erano candidati poco interessanti.

Erano candidati troppo interessanti.

Presentavi una rosa di persone tutte valide.

Il cliente faceva i colloqui.

Poi iniziavano i dubbi.

“Questo è molto bravo, però anche l’altro…”

“Vorremmo riflettere.”

“Forse li rivediamo.”

“Ci prendiamo ancora qualche giorno.”

E così il tempo passava.

Per il candidato era facile pensare:

“Mi hanno dimenticato.”

In realtà magari dentro l’azienda stavano ancora discutendo su chi scegliere.

Non sempre il ritardo significa quindi:

“Sei stato scartato.”

A volte significa semplicemente:

“Non hanno ancora deciso.”

E a volte la selezione viene congelata

Questa è un’altra situazione che ho vissuto più volte.

La ricerca esiste davvero.

Il recruiter lavora.

Pubblica l’annuncio.

Cerca candidati.

Fa telefonate.

Conduce colloqui.

Presenta una rosa all’azienda.

Tutto reale.

Poi, improvvisamente, arriva la comunicazione del cliente:

“Per il momento sospendiamo la ricerca.”

Le ragioni possono essere interne all’azienda.

Per il candidato cambia poco.

Aveva partecipato a un processo e improvvisamente non succede più nulla.

Ma è importante distinguere questo caso da quello che abbiamo visto parlando dei ghost job.

Un ghost job nasce senza una vera ricerca immediata alle spalle.

Qui invece la ricerca esisteva realmente, ma è stata interrotta o congelata successivamente.

Dal tuo punto di vista il risultato può sembrare identico.

Silenzio.

Nessuna assunzione.

Nessuna certezza.

Dietro, però, sono accadute due cose completamente diverse.

Quindi se il recruiter non risponde sono ancora in selezione?

Non necessariamente.

Questo è l’errore opposto da evitare.

Non voglio trasformare questo articolo in una lunga rassicurazione.

Il recruiter potrebbe non risponderti perché la situazione è bloccata.

Potrebbe aver perso di vista il feedback.

Potrebbe essere in attesa del cliente.

Ma naturalmente può anche accadere che il processo sia proseguito senza di te e che il riscontro non sia stato gestito come avrebbe dovuto.

Il punto è proprio questo:

dal silenzio, da solo, non puoi sapere con certezza quale delle possibilità si sia verificata.

Ed è per questo che credo sia pericoloso costruire troppe interpretazioni.

“Non mi ha risposto perché il colloquio è andato malissimo.”

“Non mi ha risposto perché stanno preparando l’offerta.”

“Non mi ha risposto perché sicuramente hanno già scelto un altro.”

Magari.

Oppure no.

Finché non hai un’informazione, hai soltanto un’ipotesi.

Il silenzio dopo il colloquio non definisce il tuo valore

Questo è particolarmente importante quando stai cercando lavoro da tempo.

Una candidatura.

Nessuna risposta.

Un’altra.

Nessuna risposta.

Poi finalmente arriva un colloquio.

Ti prepari.

Investi energia.

E dopo l’incontro:

silenzio.

È facile trasformare quello che sta succedendo nella selezione in un giudizio su te stesso.

“Non sono abbastanza bravo.”

“Ho sbagliato tutto.”

“Non mi vuole nessuno.”

Ma una selezione contiene moltissime variabili che non controlli.

Il recruiter.

L’azienda.

Gli altri candidati.

Le decisioni interne.

I tempi.

Le eventuali modifiche della ricerca.

Per questo il colloquio va affrontato seriamente, preparandoti al meglio, ma senza attribuirgli un potere che non possiede:

un singolo processo di selezione non stabilisce quanto vali professionalmente.

Cosa fare se il recruiter non risponde dopo il colloquio?

La prima cosa che farei è molto meno sofisticata di quanto possa sembrare:

non fermerei la mia ricerca.

Questo per me è il punto centrale.

L’errore più pericoloso è trovare finalmente quella che sembra l’opportunità perfetta e smettere di guardarsi intorno.

“Questo colloquio è andato bene.”

“Aspetto loro.”

“Prima vediamo cosa mi dicono.”

E nel frattempo non ti candidi più.

Non contatti altre aziende.

Non rispondi ad altri recruiter.

Non esplori alternative.

Passano due settimane.

Poi tre.

E magari scopri che quella selezione è stata congelata.

Hai perso quasi un mese aspettando una decisione che non dipendeva da te.

Non innamorarti di una selezione

Questo concetto vale più di qualsiasi tecnica.

Finché non hai una proposta concreta davanti, hai una possibilità.

Non un nuovo lavoro.

Una possibilità.

Anche quando il colloquio è andato bene.

Anche quando il recruiter ti ha fatto capire che il profilo piace.

Anche quando l’azienda sembra quella giusta.

Continua a esplorare.

Perché una delle cose che ho imparato lavorando nel recruitment è che in una selezione può succedere praticamente di tutto.

Il candidato cambia idea.

L’azienda cambia idea.

Il budget cambia.

La ricerca rallenta.

Arriva un altro profilo.

Il cliente chiede di vedere altre persone.

La selezione viene sospesa.

Sono tutte dinamiche sulle quali hai un controllo limitato.

Quindi non consegnare il tuo futuro professionale a una singola candidatura.

La ricerca di lavoro deve viaggiare su più fronti

Nel mio libro Aziende Tossiche insisto molto su questo concetto.

Trovare lavoro non significa soltanto rispondere agli annunci.

LinkedIn è importante.

I portali servono.

I recruiter sono importanti.

Ma nessuno di questi strumenti dovrebbe essere utilizzato da solo.

Puoi lavorare contemporaneamente su:

candidature;

LinkedIn;

networking;

società di ricerca e selezione;

contatti professionali;

aziende che ti interessano.

La ricerca di lavoro è essa stessa un lavoro.

Richiede metodo e continuità.

Ed è proprio questa strategia a proteggerti maggiormente dal silenzio di un singolo recruiter.

Se hai una sola possibilità, quella mancata risposta occupa tutta la tua attenzione.

Se stai costruendo diverse possibilità contemporaneamente, rimane ciò che realmente è:

una selezione ancora senza risposta.

Non demonizzare tutti i recruiter

Capisco perfettamente perché il candidato si arrabbi.

Hai dedicato tempo.

Hai raccontato la tua storia.

Hai magari preso un permesso.

Hai preparato il colloquio.

E pensi:

“Ci vuole tanto a scrivere due righe?”

No.

Non ci vuole tanto.

Ed è proprio per questo che continuo a pensare che il feedback debba essere trattato con maggiore attenzione.

Ma farei attenzione anche alla conclusione opposta:

“I recruiter sono tutti uguali.”

Non è ciò che ho visto.

Ho conosciuto professionisti che dedicavano grande attenzione ai candidati.

E ho conosciuto sistemi organizzativi nei quali anche persone con buone intenzioni venivano schiacciate da quantità di attività, pressione commerciale e obiettivi.

Le due cose possono convivere.

Puoi ritenere sbagliato non dare una risposta e contemporaneamente capire perché, in alcuni contesti, accade.

Il recruiter è un intermediario, non sempre il decisore

Questo aspetto viene spesso dimenticato.

Quando hai a che fare con una società di ricerca e selezione, il recruiter lavora per un’azienda cliente.

Può valutarti positivamente.

Può presentarti.

Può sostenere la tua candidatura.

Ma non significa che abbia il controllo completo sulla decisione finale.

L’azienda può chiedere altri candidati.

Può voler rivedere qualcuno.

Può modificare il profilo.

Può rallentare.

Può congelare il processo.

Per questo, quando aspetti una risposta, cerca di ricordarti che tra:

“il recruiter non mi sta rispondendo”

e

“il recruiter ha deciso di non rispondermi”

c’è una differenza enorme.

La prima descrive un fatto.

La seconda attribuisce un’intenzione che non conosci.

E se l’azienda ti lascia nell’incertezza per settimane?

Anche questo è un dato.

Non necessariamente sulla qualità del tuo colloquio.

Ma sul processo che stai vivendo.

Durante un iter di selezione io consiglio sempre di osservare anche l’azienda.

Il colloquio non è un esame nel quale soltanto tu devi dimostrare di meritare il posto.

È anche uno dei pochi momenti nei quali puoi cercare di capire come quella realtà prende decisioni, comunica e tratta le persone.

Ne ho parlato nell’articolo su come riconoscere un ambiente di lavoro tossico durante il colloquio.

Una selezione lenta non significa automaticamente azienda tossica.

Un ritardo non significa automaticamente disorganizzazione.

Ma se l’intero processo è confuso, le informazioni cambiano continuamente, nessuno sembra sapere cosa succederà e ogni comunicazione arriva soltanto dopo ripetuti solleciti, io registrerei comunque quell’informazione.

Perché anche l’iter di selezione racconta qualcosa dell’organizzazione alla quale stai pensando di affidare una parte importante della tua vita.

Una buona selezione non dipende soltanto dal risultato

Potresti non essere scelto e aver comunque partecipato a una selezione gestita bene.

Un recruiter può dirti:

“Abbiamo scelto un’altra persona.”

Non è quello che speravi.

Ma almeno sai cosa è successo.

Puoi chiudere mentalmente quel processo e continuare.

Il problema del silenzio è proprio l’assenza di una conclusione.

Ti lascia sospeso.

E quando una persona è sospesa, tende a riempire il vuoto con delle interpretazioni.

Spesso negative.

È una delle ragioni per cui, durante la mia carriera, ho sempre considerato importante dare un feedback alle persone quando possibile.

Dietro ogni CV c’è qualcuno che aspetta.

Il paradosso: il candidato deve dare tutto, l’azienda a volte comunica pochissimo

Durante un colloquio viene chiesto al candidato di raccontare molto.

Il percorso professionale.

Le responsabilità.

I risultati.

Le motivazioni.

Le aspirazioni.

Il motivo per cui vuole cambiare.

Le aziende nelle quali ha lavorato.

E in alcune dinamiche della selezione il candidato rappresenta persino una preziosa fonte di informazioni sul mercato.

Per questo trovo particolarmente stonata l’asimmetria che a volte si crea.

Ti chiediamo tutto.

Tu ci dedichi tempo.

Poi magari non troviamo neppure il tempo di dirti:

“La selezione è terminata.”

È una delle contraddizioni del recruitment che mi hanno accompagnato per anni.

Se un recruiter sparisce, non sparire tu dal mercato

Alla fine ridurrei tutto a questa frase.

Puoi rimanerci male.

Puoi essere infastidito.

Puoi pensare che la selezione sia stata gestita male.

Ma non lasciare che il silenzio di qualcun altro blocchi la tua ricerca.

Continua.

Mantieni attivo LinkedIn.

Guarda altre opportunità.

Parla con altri recruiter.

Fatti conoscere.

Utilizza il networking.

Costruisci più strade contemporaneamente.

Perché il tuo obiettivo non è ottenere una risposta da quel recruiter.

Il tuo obiettivo è trovare l’opportunità professionale giusta per te.

Sono due cose completamente diverse.

Il recruiter non risponde dopo il colloquio: cosa significa davvero?

A volte significa che non sei stato scelto e il feedback non è arrivato.

A volte il recruiter è sommerso da altre attività e ha lasciato indietro la comunicazione.

A volte aspetta ancora una decisione dell’azienda.

A volte il cliente continua a chiedere candidati.

A volte il processo rallenta.

A volte la ricerca viene addirittura congelata.

Quindi il silenzio non va né minimizzato né interpretato automaticamente come una bocciatura personale.

Va inserito nel contesto più ampio della ricerca di lavoro.

Preparati bene.

Fai colloqui.

Osserva anche chi hai davanti.

Ma soprattutto continua a costruire alternative.

Perché una delle cose più pericolose quando cerchi lavoro è affidare tutte le tue aspettative a un’unica porta.

Finché quella porta non si apre davvero, continua a bussare anche alle altre.

Imparare a vedere la selezione anche dall’altra parte

Nel mio libro Aziende tossiche – Come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità parlo anche di ricerca di lavoro, recruiter, colloqui e strategie per costruire concretamente una nuova opportunità professionale.

Perché lasciare una situazione che non ti soddisfa non significa semplicemente mandare curriculum.

Significa imparare a conoscere meglio il mercato, gli strumenti e anche le dinamiche che avvengono dall’altra parte della selezione.

Puoi trovare Aziende tossiche su Amazon.

 

Chi sono

Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e formatore.

Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.

Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.

Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente a info@jacopobagaglio.it

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