Resistenza allo stress negli annunci di lavoro: cosa significa davvero?

resistenza allo stress

“È richiesta un’elevata resistenza allo stress.”

“Il candidato ideale possiede una buona capacità di lavorare sotto pressione.”

“Cerchiamo una persona dinamica, flessibile e in grado di gestire elevati carichi di lavoro.”

Se stai cercando lavoro, probabilmente hai incontrato almeno una volta frasi di questo tipo.

Sono diventate talmente comuni negli annunci di lavoro che spesso nemmeno ci facciamo più caso.

Leggiamo.

Andiamo avanti.

Invio curriculum.

Eppure, quando incontro espressioni come “resistenza allo stress” in un annuncio di lavoro, io qualche domanda me la faccio.

Perché un’azienda sente il bisogno di specificare che la persona che entrerà dovrà essere particolarmente resistente allo stress?

Che tipo di stress?

Quanto frequentemente?

Generato da cosa?

E soprattutto: stiamo parlando di normali momenti di pressione oppure di un’organizzazione nella quale lavorare costantemente sotto pressione è considerato normale?

La differenza è enorme.

E può aiutarti a capire qualcosa dell’azienda ancora prima di entrarci.

Cosa significa “resistenza allo stress” in un annuncio di lavoro?

Partiamo da una premessa.

Il lavoro non può essere completamente privo di stress.

Ci sono scadenze.

Problemi.

Clienti difficili.

Periodi più intensi.

Imprevisti.

Responsabilità.

Può capitare quindi che, in determinati momenti, una persona debba riuscire a mantenere lucidità anche sotto pressione.

Fin qui nulla di particolarmente strano.

Il problema nasce quando lo stress non rappresenta più un’eccezione, ma diventa una caratteristica strutturale del lavoro.

Se un’azienda cerca esplicitamente una persona molto resistente allo stress, allora vale la pena capire perché.

Perché magari sta semplicemente descrivendo un ruolo complesso.

Oppure sta cercando qualcuno capace di sopportare una situazione che l’organizzazione considera già normale:

carichi eccessivi;

urgenze continue;

obiettivi molto elevati;

straordinari frequenti;

richieste contemporanee;

pressione costante sui risultati.

Ed è qui che quella semplice frase può diventare un campanello d’allarme.

Il problema non è lo stress. È quando lo stress diventa normale.

Ci sono settimane difficili.

È normale.

Ci possono essere determinati periodi dell’anno nei quali il carico aumenta.

Anche questo può accadere.

Quello che considero molto diverso è vivere così ogni settimana, ogni mese, ogni anno.

Il rischio è che progressivamente anche noi iniziamo a considerarlo normale.

“È il lavoro.”

“Funziona così dappertutto.”

“Bisogna saper reggere la pressione.”

“Se vuoi fare carriera devi sacrificarti.”

Sono frasi che abbiamo sentito talmente tante volte da aver quasi smesso di discuterle.

Ma un conto è essere capaci di affrontare una situazione stressante.

Un altro è dover dimostrare di essere sufficientemente resistenti per sopportare un sistema che produce continuamente stress.

Nel primo caso stai utilizzando una tua capacità.

Nel secondo stai compensando un problema organizzativo.

Quando “resistenza allo stress” diventa un segnale d’allarme

Non credo che una singola frase basti automaticamente per stabilire che sei davanti a un’azienda tossica.

Ma credo che sia un ottimo motivo per approfondire.

Soprattutto quando “resistenza allo stress” compare insieme ad altre espressioni.

Per esempio:

“gestione di elevati carichi di lavoro”;

“forte orientamento al risultato”;

“capacità di lavorare sotto pressione”;

“massima flessibilità”;

“capacità di multitasking”;

“disponibilità oraria”.

Presi singolarmente possono avere spiegazioni perfettamente ragionevoli.

Messi tutti insieme iniziano però a raccontare qualcosa.

L’azienda sembra descrivere meno le competenze necessarie per svolgere il lavoro e più la quantità di pressione che dovrai riuscire a sopportare.

Ed è proprio questo che dovrebbe interessarti.

Quando cercavo candidati “volenterosi”

Durante la mia carriera nella ricerca e selezione del personale mi è capitato di ricevere richieste di candidati definiti “volenterosi”.

Bella parola.

Positiva.

Chi non vorrebbe assumere una persona volenterosa?

Il problema è capire cosa si nasconde dietro quell’aggettivo.

In alcune situazioni il significato reale era molto meno romantico:

serviva qualcuno che non facesse troppe storie se bisognava fermarsi oltre l’orario.

Qualcuno disponibile a lavorare di più quando richiesto.

Qualcuno che accettasse con facilità ritmi elevati.

Il termine utilizzato era “volenteroso”.

Il messaggio reale poteva essere:

“Ci serve una persona che regga.”

Questo è uno dei motivi per cui consiglio sempre di non fermarsi alle parole utilizzate negli annunci.

Un annuncio di lavoro tossico difficilmente scriverà:

“Qui lavorerai dieci ore al giorno e sarai costantemente sotto pressione.”

Utilizzerà espressioni molto più eleganti.

E apparentemente positive.

“Capacità di lavorare sotto pressione”

Anche questa è una formula molto comune.

Di nuovo: bisogna capire il contesto.

Immagina un lavoro nel quale esistano alcuni momenti di picco.

Può essere assolutamente sensato cercare una persona capace di non perdere lucidità quando questi momenti arrivano.

Ma se l’intera organizzazione funziona costantemente sotto pressione, allora il problema è differente.

Perché a quel punto la pressione non è più legata all’eccezione.

È diventata il sistema.

E se per lavorare in quell’azienda devi necessariamente essere molto resistente allo stress, forse dovremmo iniziare a domandarci perché l’azienda produca così tanto stress.

Non tutto deve essere risolto chiedendo al lavoratore di diventare più resistente.

A volte bisognerebbe intervenire sul modo in cui il lavoro viene organizzato.

La cultura della resistenza

C’è un altro elemento che considero importante.

Nel mondo del lavoro abbiamo sviluppato una strana relazione con lo stress.

Ci lamentiamo di essere pieni di lavoro.

Ma contemporaneamente quasi ce ne vantiamo.

“Settimana devastante.”

“Non ho avuto nemmeno il tempo di mangiare.”

“Ho lavorato fino alle dieci.”

“Sono distrutto.”

A volte sembra quasi una gara.

Chi è più stanco?

Chi ha lavorato più ore?

Chi ha avuto la giornata peggiore?

Progressivamente abbiamo costruito l’idea che lavorare molto significhi necessariamente lavorare bene.

E che essere in grado di sopportare grandi quantità di pressione sia una qualità professionale da celebrare.

È in questo contesto che una frase come “elevata resistenza allo stress” finisce per sembrarci completamente normale.

Ma forse dovremmo tornare a farci qualche domanda.

Resistenza allo stress e straordinari

Una delle prime cose che cercherei di capire è il rapporto tra stress e orario di lavoro.

Perché spesso le due cose sono collegate.

Se un’azienda parla molto di:

resistenza allo stress;

flessibilità;

disponibilità;

orientamento al risultato;

capacità di gestire carichi elevati;

io chiederei esplicitamente come vengono gestiti gli orari.

Non perché fermarsi mezz’ora in più renda automaticamente tossica un’azienda.

Ma perché esistono organizzazioni nelle quali lo straordinario ha smesso da tempo di essere straordinario.

È semplicemente il modo normale di lavorare.

Formalmente esci alle 18.

Culturalmente alle 18 non se ne va nessuno.

E quando qualcuno lo fa arrivano magari le battute:

“Mezza giornata oggi?”

“Vai già via?”

“Lavori part-time?”

Ho conosciuto direttamente anche ambienti nei quali essere il primo ad alzarsi dalla scrivania era qualcosa da evitare.

E questo ti dice molto più della durata formale della giornata lavorativa.

Il tema non è soltanto quante ore lavori.

È quanto sei libero di rispettare il tuo orario senza sentirti in colpa.

Ne ho parlato più approfonditamente nell’articolo dedicato agli straordinari al lavoro e quando diventano un segnale di ambiente tossico.

“Flessibilità oraria”: flessibile per chi?

Subito vicino alla resistenza allo stress troviamo spesso un’altra espressione:

“Si richiede flessibilità oraria.”

Qui bisogna fare molta attenzione alla parola flessibilità.

Perché può avere due significati completamente diversi.

In un’azienda realmente flessibile potrebbe significare:

puoi entrare un po’ prima o un po’ dopo;

puoi organizzare parte della giornata;

puoi conciliare meglio lavoro e vita personale.

Questa è flessibilità.

Ma esiste anche una seconda interpretazione.

“Devi essere flessibile quando abbiamo bisogno di te.”

Che significa:

non guardare troppo l’orologio;

fermati quando serve;

adattati alle urgenze;

renditi disponibile.

In questo caso non stiamo più parlando di flessibilità reciproca.

Stiamo parlando di disponibilità richiesta al lavoratore.

La domanda quindi diventa molto semplice:

chi beneficia della flessibilità?

L’azienda e il dipendente?

Oppure soltanto l’azienda?

Multitasking: un’altra parola da approfondire

C’è poi la famosa:

“capacità di multitasking”.

Anche questa sembra una qualità.

In pratica significa essere capaci di gestire molte attività.

Fin qui nulla di strano.

Ma quando in un annuncio trovi contemporaneamente:

multitasking;

resistenza allo stress;

gestione di elevati carichi;

flessibilità;

forte orientamento ai risultati;

forse non stanno semplicemente descrivendo una persona organizzata.

Forse ti stanno dicendo che avrai sempre troppe cose contemporaneamente da fare.

E questa è un’informazione che dovresti voler approfondire prima di firmare un contratto.

Resistenza allo stress e obiettivi irraggiungibili

Un’altra associazione importante riguarda i target.

Puoi avere l’organizzazione migliore del mondo, ma se gli obiettivi che ti vengono assegnati sono strutturalmente troppo elevati, la pressione arriverà comunque.

Ogni settimana.

Ogni mese.

Ogni trimestre.

I KPI diventano rossi.

Il risultato non arriva.

Il responsabile chiede spiegazioni.

Tu lavori di più.

E magari dopo un po’ inizi persino a credere che il problema sia la tua incapacità di “reggere lo stress”.

Ma prima di arrivare a questa conclusione dovresti porti un’altra domanda:

gli obiettivi sono realmente raggiungibili?

Perché se il sistema è costruito male, aumentare continuamente la tua capacità di sopportazione non risolverà nulla.

Nell’articolo sugli obiettivi irraggiungibili al lavoro approfondisco proprio questa differenza: un target sfidante può aiutarti a crescere; un target strutturalmente impossibile può trasformarsi in pressione continua.

Lo stress non dovrebbe diventare il requisito base di qualsiasi lavoro

C’è una cosa che mi colpisce.

La formula “resistenza allo stress” è diventata talmente normale che quasi non la notiamo più.

Come se essere stressati fosse una condizione inevitabile del lavoro.

Come se l’unica variabile fosse:

quanto sei capace di sopportarlo?

Ma dovrebbe davvero essere così?

Esistono certamente lavori più complessi di altri.

Esistono responsabilità differenti.

Esistono persone che preferiscono ambienti più veloci e persone che stanno meglio in contesti più tranquilli.

Va bene.

Non sto immaginando un mondo del lavoro senza problemi.

Sto semplicemente dicendo che lavorare permanentemente sotto stress non dovrebbe essere considerato un requisito universale della professionalità.

Essere bravi non significa necessariamente riuscire a resistere più a lungo degli altri in un ambiente disfunzionale.

Come capire cosa significa davvero durante il colloquio

La buona notizia è che puoi approfondire.

Anzi, dovresti.

Se nell’annuncio hai letto:

“elevata resistenza allo stress”,

non chiedere:

“Ma il lavoro è stressante?”

La risposta sarà probabilmente:

“Beh, come tutti i lavori.”

Fai domande più concrete.

“Quali sono normalmente i momenti di maggiore pressione in questo ruolo?”

“Sono periodi specifici oppure è un ritmo abbastanza costante?”

“Come viene distribuito il carico di lavoro nel team?”

“Quanto frequentemente capita di fermarsi oltre l’orario?”

“Come vengono gestite le urgenze?”

“Quali sono gli obiettivi principali e come vengono definiti?”

“Cosa intendete esattamente per elevata resistenza allo stress?”

Questa ultima domanda mi piace particolarmente.

È scritta nell’annuncio.

Quindi puoi tranquillamente chiedere spiegazioni.

E poi osserva la risposta.

Le risposte che dovrebbero farti riflettere

Immagina di chiedere:

“Cosa intendete per resistenza allo stress?”

E sentirti rispondere:

“Qui bisogna correre.”

“Non siamo persone che guardano l’orologio.”

“Ci sono continuamente urgenze.”

“Da noi bisogna sapersi adattare.”

“Il ritmo è molto elevato, ma chi è bravo si abitua.”

“Non siamo un’azienda per tutti.”

Io non chiuderei necessariamente il colloquio e scapperei.

Ma prenderei nota.

Perché il colloquio serve anche a questo.

Non è un esame nel quale soltanto tu devi convincere chi hai davanti.

Stai raccogliendo informazioni su un luogo nel quale potresti trascorrere otto, nove o più ore ogni giorno.

È anche una tua selezione.

Ed è esattamente il principio che approfondisco quando parlo di come riconoscere un ambiente di lavoro tossico durante il colloquio.

Quindi non devo candidarmi se leggo “resistenza allo stress”?

No.

Non è questo il messaggio.

Non considero utile trasformare ogni singola frase in una sentenza.

Leggi.

Osserva.

Approfondisci.

Fai domande.

Cerca coerenza.

Potresti scoprire che l’azienda ha semplicemente utilizzato una formula standard e che il contesto è assolutamente sano.

Oppure potresti scoprire che quella frase era perfettamente coerente con tutto il resto dell’annuncio.

Alta pressione.

Orari lunghi.

Obiettivi esasperati.

Urgenze continue.

Turnover.

Controllo.

A quel punto non avrai una prova matematica che l’azienda sia tossica.

Ma avrai molte più informazioni per scegliere consapevolmente.

Ed è proprio questo il punto.

Un annuncio non racconta soltanto cosa cerca l’azienda

Un annuncio racconta molto anche dell’azienda stessa.

Ogni requisito contiene indirettamente un pezzo della vita che troverai dentro.

Se cercano qualcuno estremamente autonomo, chiediti perché.

Se cercano qualcuno capace di gestire continue priorità, chiediti quante priorità esistono.

Se chiedono grande flessibilità, chiediti come viene utilizzata.

Se chiedono elevata resistenza allo stress, chiediti che cosa produrrà tutto quello stress.

Non devi diventare paranoico.

Devi diventare più consapevole.

Perché troppo spesso leggiamo un annuncio chiedendoci soltanto:

“Io vado bene per loro?”

La domanda dovrebbe essere anche:

“Loro vanno bene per me?”

Quando una frase diventa parte di un quadro più grande

La vera valutazione arriva mettendo insieme i segnali.

“Resistenza allo stress” da sola.

Poi “flessibilità oraria”.

Poi “multitasking”.

Poi forte orientamento ai risultati.

Poi al colloquio scopri che si fanno spesso straordinari.

Poi ti raccontano che il team è “molto competitivo”.

Poi chiedi dello smart working e scopri che teoricamente esiste, ma nessuno lo utilizza.

Poi domandi delle possibilità di crescita e ricevi:

“Qui chi vale viene notato.”

A quel punto non hai più una singola frase.

Hai un modello.

Ed è proprio attraverso l’insieme dei segnali che puoi iniziare a riconoscere un possibile ambiente di lavoro tossico prima ancora di esserci entrato.

Resistenza allo stress negli annunci di lavoro: cosa devi ricordare

Essere capaci di affrontare momenti difficili è una qualità.

Essere capaci di mantenere lucidità sotto pressione può essere molto utile.

Ma non confondiamo questa capacità con l’obbligo di vivere costantemente sotto pressione.

Se un’azienda ti chiede una particolare resistenza allo stress, non devi necessariamente eliminarla dalla tua ricerca.

Devi però chiederti:

perché?

Da dove arriva quello stress?

Quanto dura?

Come viene gestito?

È l’eccezione?

Oppure è il modo normale con cui l’azienda funziona?

Perché c’è una differenza enorme tra un’organizzazione che occasionalmente attraversa momenti difficili e una che assume persone cercando qualcuno abbastanza resistente da sopportare problemi che non ha intenzione di risolvere.

E forse il vero campanello d’allarme è proprio questo.

Non che l’azienda abbia dello stress.

Ma che abbia smesso di chiedersi perché ne produce così tanto.

Vuoi imparare a riconoscere un’azienda tossica prima di entrarci?

Nel mio libro Aziende tossiche – Come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità approfondisco i segnali che possono emergere già dagli annunci e dai colloqui, oltre alle dinamiche che caratterizzano gli ambienti tossici una volta entrati: leadership, carichi di lavoro, obiettivi, straordinari, turnover, micromanagement e mancanza di crescita.

Perché riconoscere un’azienda tossica quando ci lavori da cinque anni è importante.

Ma riuscire a individuarne alcuni segnali prima di firmare il contratto può essere ancora meglio.

Puoi trovare Aziende tossiche su Amazon.

Chi sono

Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e Formatore

Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.

Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.

Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente.

 

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