Straordinari al lavoro: quando diventano un segnale di ambiente di lavoro tossico

straordinari al lavoro

Sono le 18.

Hai finito quello che dovevi fare.

Chiudi il computer.

Prendi la giacca.

E proprio mentre stai per uscire qualcuno ti guarda e dice:

“Oggi fai part-time?”

Risatine.

Magari è una battuta.

Magari chi l’ha pronunciata non voleva neanche offenderti.

Eppure quella frase racconta moltissimo dell’azienda in cui lavori.

Perché se uscire all’orario previsto viene percepito come qualcosa di strano, mentre fermarsi una, due o tre ore in più viene considerato normale, allora forse c’è un problema.

Non necessariamente perché hai fatto uno straordinario.

Il problema è un altro:

lo straordinario è diventato ordinario.

Ed è proprio questa normalizzazione che può rappresentare uno dei segnali di un ambiente di lavoro tossico.

Fare straordinari non significa lavorare in un’azienda tossica

Partiamo da una distinzione fondamentale.

Fare qualche ora di straordinario non rende automaticamente tossica un’azienda.

Può esserci una scadenza importante.

Un cliente che ha bisogno di qualcosa.

Un progetto particolarmente delicato.

Un imprevisto.

Un periodo dell’anno più intenso.

In qualsiasi organizzazione possono esserci momenti nei quali è necessario chiedere alle persone uno sforzo maggiore.

E non c’è necessariamente nulla di sbagliato.

La parola importante, però, è proprio questa:

momenti.

Il problema comincia quando non esiste più una differenza tra il periodo eccezionale e la quotidianità.

Quando la settimana intensa diventa ogni settimana.

Quando l’emergenza diventa ogni giorno.

Quando uscire tardi non è più qualcosa che capita, ma qualcosa che ci si aspetta da te.

Quando nessuno deve neppure chiederti di rimanere perché ormai hai capito da solo che andarsene in orario non si fa.

A quel punto non stiamo più parlando semplicemente di straordinari.

Stiamo parlando di cultura aziendale.

Quando lo straordinario diventa ordinario

Durante i miei anni nel mondo della selezione del personale ho lavorato in contesti nei quali andare oltre l’orario non rappresentava affatto un’eccezione.

Era il modo normale di lavorare.

Capitava di arrivare a fine giornata senza aver completato tutto.

E quindi continuavi.

Oppure ti portavi avanti la sera.

Oppure nel weekend preparavi quello che non eri riuscito a fare durante la settimana.

Per un certo periodo pensavo che dipendesse da me.

Forse non ero abbastanza organizzato.

Forse dovevo imparare a gestire meglio il tempo.

Poi guardavo attorno a me.

E vedevo colleghi fare esattamente la stessa cosa.

Persone che lavoravano dopo cena.

Persone che utilizzavano la domenica per prepararsi alla settimana successiva.

Persone che avevano trasformato un problema organizzativo in un problema personale:

“Non riesco a fare tutto, quindi devo lavorare di più.”

Ma se praticamente nessuno riesce a completare il proprio lavoro nel tempo previsto, forse la domanda da fare non è più:

“Come posso diventare più veloce?”

Forse bisogna iniziare a chiedersi:

“È realmente possibile svolgere tutto questo lavoro nel tempo che abbiamo a disposizione?”

È una differenza enorme.

“Qui non guardiamo l’orologio”

Ci sono alcune frasi che raccontano un’azienda molto meglio di una pagina intera dedicata ai suoi valori.

Una di queste è:

“Qui non guardiamo l’orologio.”

Apparentemente potrebbe persino sembrare una frase positiva.

Siamo orientati al risultato.

Non siamo burocratici.

Siamo flessibili.

Peccato che spesso questa flessibilità funzioni in una sola direzione.

Se rimani fino alle 19:30 nessuno guarda l’orologio.

Se esci alle 18:00, qualcuno improvvisamente sa perfettamente che ore sono.

Se arrivi cinque minuti tardi, l’orologio torna ad avere un’importanza sorprendente.

Quindi il problema non è realmente non guardare l’orologio.

È considerare normale che il tempo dell’azienda possa invadere progressivamente il tuo tempo personale.

E quando questa mentalità viene alimentata dal responsabile, può diventare uno degli elementi di una vera leadership tossica.

Lo straordinario implicito è ancora più potente di quello richiesto

Esiste poi una forma più sottile.

Nessuno ti dice:

“Devi rimanere fino alle otto.”

Non arriva nessuna comunicazione ufficiale.

Non esiste nessun ordine esplicito.

Semplicemente tutti rimangono.

Alle 18 guardi intorno.

Computer accesi.

Colleghi seduti.

Il responsabile ancora nel suo ufficio.

E tu inizi a sentirti a disagio all’idea di alzarti.

Magari rimani altri venti minuti.

Poi mezz’ora.

Poi un’ora.

Non perché qualcuno te l’abbia ordinato.

Perché hai progressivamente assimilato una regola non scritta:

chi se ne va all’orario previsto sembra meno coinvolto degli altri.

Ed è proprio così che una dinamica tossica può diventare cultura.

Non ha più bisogno di essere imposta.

Sono le persone stesse a replicarla.

Il collega che scherza perché esci prima.

Quello che racconta orgogliosamente di aver lavorato fino alle dieci.

Quello che risponde alle mail la domenica.

Quello che dice:

“Questa settimana ho fatto settanta ore.”

A un certo punto nessuno si chiede più se tutto questo sia normale.

La domanda diventa chi riesce a fare di più.

Il virus dell’iperlavoro

C’è un fenomeno che mi ha sempre colpito.

Ci vantiamo di essere stanchi.

“Non ho avuto un minuto.”

“Non riesco neanche ad andare in bagno.”

“Sono pieno di call.”

“Ho l’agenda devastata.”

“Questa settimana non ho respirato.”

Frasi che apparentemente esprimono disagio, ma che in alcuni ambienti sembrano quasi medaglie.

Come se essere costantemente impegnati dimostrasse automaticamente il nostro valore.

Se hai tempo, qualcosa non torna.

Se sei tranquillo, probabilmente stai lavorando poco.

Se alle 18 hai concluso ciò che dovevi fare, forse non hai abbastanza responsabilità.

È la cultura dell’iperlavoro.

E può diventare particolarmente pericolosa perché non viene più percepita come qualcosa imposto esclusivamente dall’azienda.

Iniziamo a parteciparvi anche noi.

Ci confrontiamo su chi lavora maggiormente.

Siamo quasi orgogliosi delle settimane infernali.

Guardiamo con un certo sospetto chi riesce a lavorare, ottenere risultati e poi tornare tranquillamente alla propria vita.

Ma essere esausti non significa necessariamente essere produttivi.

Significa, molto più semplicemente, essere esausti.

Quando l’emergenza diventa il modello organizzativo

In alcune aziende tutto è urgente.

Una mail è urgente.

La presentazione è urgente.

La riunione è urgente.

Il cliente vuole tutto immediatamente.

Il manager chiede una cosa “al volo”.

Il collega ha bisogno “un secondo”.

Arrivi alla fine della giornata e ti accorgi di aver passato otto, nove o dieci ore a rincorrere emergenze senza essere riuscito a lavorare realmente su ciò che avevi pianificato.

Domani ricomincia tutto.

Un’emergenza può esistere.

Un’azienda intera non può vivere permanentemente in emergenza senza che prima o poi qualcuno ne paghi il prezzo.

E molto spesso quel qualcuno sono le persone.

Per questo carichi continuamente eccessivi, urgenze costanti e straordinari sistematici possono diventare tasselli dello stesso mosaico.

Non stai più osservando una settimana complicata.

Stai osservando un sistema.

“Resistenza allo stress”: quando l’azienda ti avvisa già nell’annuncio

A volte alcuni segnali compaiono addirittura prima di entrare in azienda.

Li trovi nell’annuncio di lavoro.

“Ottima resistenza allo stress.”

“Capacità di lavorare sotto pressione.”

“Flessibilità oraria.”

“Capacità di gestire elevati carichi di lavoro.”

Non significa automaticamente che quell’azienda sia tossica.

Ma sono espressioni sulle quali presterei molta attenzione.

Perché la domanda è:

perché la capacità di sopportare lo stress è una caratteristica così importante per svolgere quel ruolo?

E soprattutto:

che cosa significa esattamente “flessibilità oraria”?

Possibilità di organizzare autonomamente il proprio tempo?

Oppure disponibilità a rimanere finché c’è qualcosa da fare?

Sono due mondi completamente differenti.

È proprio per questo che consiglio sempre di leggere attentamente le parole utilizzate nelle offerte di lavoro. Ne ho parlato anche nell’approfondimento dedicato agli annunci di lavoro tossici e ai segnali da riconoscere prima di candidarsi.

Perché qualche volta l’azienda non nasconde nemmeno il problema.

Siamo noi a non aver ancora imparato a leggerlo.

Come capire a colloquio se gli straordinari sono la normalità

Il colloquio serve anche a questo.

Non soltanto a convincere qualcuno ad assumerti.

Serve a raccogliere informazioni.

Se per te l’equilibrio tra lavoro e vita personale è importante, puoi cercare di comprendere quale rapporto abbia quell’azienda con il tempo.

Non serve chiedere brutalmente:

“A che ora ve ne andate tutti?”

Puoi approfondire l’organizzazione del lavoro.

Chiedere come viene gestito un periodo particolarmente intenso.

Come viene organizzato il team.

Quanto frequentemente si presentano picchi di attività.

Come viene affrontata una scadenza imprevista.

E soprattutto ascoltare come ti rispondono.

Ci sono aziende che parlano tranquillamente della necessità occasionale di uno sforzo maggiore.

E ce ne sono altre nelle quali iniziano a comparire frasi come:

“Qui siamo tutti molto disponibili.”

“Non siamo persone che guardano l’orologio.”

“Serve molta flessibilità.”

“Cerchiamo qualcuno che abbia voglia di fare.”

“Quando c’è da lavorare, lavoriamo.”

Nessuna di queste frasi, isolatamente, costituisce una condanna.

Ma insieme ad altri segnali possono iniziare a raccontare qualcosa.

Ho dedicato proprio a questo tema l’articolo su come riconoscere un ambiente di lavoro tossico durante il colloquio.

“Cerchiamo persone volenterose”

Questa è un’altra parola che ho imparato a guardare con attenzione.

Volenteroso.

Che cosa significa?

Disponibile a imparare?

Propositivo?

Motivato?

Perfetto.

Ma nella mia esperienza professionale ho visto anche aziende utilizzare implicitamente quella parola con un significato diverso:

una persona che non faccia troppi problemi quando c’è da lavorare oltre l’orario.

È proprio qui che le parole diventano importanti.

Perché nessun annuncio dirà:

“Cerchiamo una persona disponibile a sacrificare buona parte della propria vita privata per compensare i nostri carichi di lavoro.”

Suonerebbe decisamente meno attraente.

La stessa realtà può essere raccontata con:

“Cerchiamo persone dinamiche, flessibili, resistenti allo stress e fortemente orientate al risultato.”

Ed è anche per questo che imparare a leggere un annuncio significa imparare a guardare oltre le parole.

Quando anche il weekend viene lentamente conquistato dal lavoro

Il confine successivo è facile da prevedere.

Prima rimani mezz’ora in più.

Poi un’ora.

Poi inizi a controllare una mail dopo cena.

Poi la domenica prepari qualcosa per lunedì.

Non sempre perché qualcuno te lo ha chiesto.

A volte semplicemente perché durante la settimana non sei riuscito a fare tutto.

E quindi utilizzi il tuo tempo per recuperare.

Io stesso, durante alcuni periodi della mia carriera da head hunter, mi sono ritrovato a fare scouting di candidati nel weekend o a preparare liste di aziende da contattare perché durante la settimana non riuscivo a trovare il tempo.

All’inizio pensavo:

“Devo organizzarmi meglio.”

Poi mi sono accorto che lo facevano anche gli altri.

E quella consapevolezza ha cambiato completamente il modo in cui guardavo il problema.

Quando un comportamento riguarda sistematicamente tante persone, continuare a interpretarlo come una carenza individuale rischia di impedirci di vedere ciò che abbiamo davanti.

Straordinari e turnover: il collegamento che spesso non vediamo

Un sistema del genere può funzionare.

Per qualche mese.

Magari anche per qualche anno.

Ma ha un costo.

E una delle conseguenze può essere l’uscita continua delle persone.

Chi è giovane entra.

Corre.

Impara.

Regge ritmi molto alti.

Poi magari cambia qualcosa.

Arriva una famiglia.

Cambiano le priorità.

Oppure semplicemente arriva la consapevolezza che non si vuole vivere in quel modo.

E allora si cerca altro.

Questo fenomeno può contribuire a creare un elevato turnover aziendale.

E qui nasce un cortocircuito.

Una persona se ne va.

Il suo lavoro viene distribuito temporaneamente agli altri.

Il carico aumenta.

Le persone rimaste fanno ancora più straordinari.

Qualcun altro inizia a essere stanco.

Si guarda intorno.

Se ne va.

Nuovo carico sugli altri.

Nuovi straordinari.

Nuove dimissioni.

A quel punto il turnover non è più soltanto conseguenza del problema.

Diventa parte del problema.

Quando il capo dà l’esempio sbagliato

Molto dipende anche dalla leadership.

Immagina un responsabile che lavora dodici ore al giorno.

Scrive mail a mezzanotte.

Risponde nel weekend.

Non prende quasi mai ferie.

Vive praticamente per il lavoro.

È libero di farlo.

Il problema comincia quando il suo stile personale diventa implicitamente lo standard con cui misura gli altri.

“Se lo faccio io…”

“Anch’io sono ancora qui.”

“Quando avevo il tuo ruolo lavoravo fino alle nove.”

“Per crescere bisogna fare sacrifici.”

Non tutti vogliono vivere nello stesso modo.

E soprattutto il fatto che un manager scelga volontariamente di dedicare la maggior parte della propria vita al lavoro non significa che possa trasformare quella scelta nel metro con cui misurare la dedizione dei collaboratori.

Un capo tossico non è soltanto quello che urla o umilia.

La tossicità può manifestarsi anche attraverso aspettative costanti e implicite che rendono impossibile separare il lavoro dal resto della propria vita.

Anche i colleghi possono mantenere in vita questa cultura

Attenzione però a non attribuire tutto sempre al capo.

La cultura aziendale viene replicata anche tra colleghi.

Può essere il collega a prenderti in giro perché vai via.

Può essere quello che manda mail alle 22 mettendo tutti in copia.

Può essere chi ostenta il proprio sovraccarico.

Può essere chi considera poco ambizioso chi non sacrifica costantemente il proprio tempo personale.

A volte il singolo collega tossico è parte del problema.

Altre volte, però, il collega sta semplicemente riproducendo una cultura che ha imparato dentro quell’ambiente.

Ed è questa la domanda che dovremmo porci sempre:

il problema è la singola persona oppure è il sistema che incentiva le persone a comportarsi in quel modo?

Le aziende sane non sono quelle dove non si lavora

Su questo voglio essere molto chiaro.

Un’azienda sana non è un luogo nel quale nessuno si impegna.

Non significa lavorare poco.

Non significa rifiutarsi di affrontare una difficoltà.

Non significa guardare l’orologio aspettando soltanto il momento di andarsene.

Esistono aziende sane nelle quali si lavora moltissimo.

La differenza è un’altra.

Lo straordinario rimane straordinario.

Può esserci una settimana molto impegnativa.

Ma poi torna una settimana normale.

Può esserci un progetto che richiede più energia.

Ma non ogni singolo progetto.

Può esserci un’emergenza.

Ma non tutto è un’emergenza.

Esistono aziende nelle quali non è sempre tutto urgente, nelle quali esistono prospettive di medio-lungo periodo e nelle quali il rispetto per le persone passa anche dal rispetto per il loro tempo.

È una delle differenze fondamentali tra una cultura sana e una cultura tossica.

Come capire se il tuo è ancora uno straordinario

Non concentrarti sulla singola settimana.

Guarda gli ultimi mesi.

A che ora avresti dovuto terminare?

A che ora hai terminato realmente?

Quante volte hai lavorato durante il weekend?

Quante volte hai risposto a mail o messaggi la sera?

Quando esci puntuale, ti senti tranquillo oppure in colpa?

Il tuo capo considera normale rimanere oltre l’orario?

I tuoi colleghi fanno lo stesso?

Chi rispetta l’orario viene considerato meno disponibile?

Il lavoro extra nasce da vere eccezioni oppure dal fatto che il carico ordinario è semplicemente troppo elevato?

La risposta non arriverà da una domanda sola.

Ma dal quadro complessivo.

Ed è esattamente così che dovremmo imparare a valutare un possibile ambiente di lavoro tossico.

E se ormai per te è diventato normale?

Questa forse è la parte più difficile.

Perché dopo anni in un sistema del genere rischi di perdere il riferimento.

Ti sembra normale lavorare fino alle otto.

Normale guardare le mail la domenica.

Normale essere sempre stanco.

Normale pensare al lavoro mentre sei a cena.

Normale non riuscire a programmare nulla perché “non so mai quando finisco”.

E magari quando qualcuno ti racconta di un’azienda dove alle 18 le persone escono davvero pensi:

“Beati loro. Da me sarebbe impossibile.”

Ma il fatto che qualcosa sia normale nella tua azienda non significa che sia normale in assoluto.

È semplicemente ciò a cui ti sei abituato.

La consapevolezza serve proprio a questo.

A distinguere ciò che abbiamo imparato ad accettare da ciò che vogliamo realmente continuare ad accettare.

Devo cambiare lavoro?

Non necessariamente.

Non posso dirti che devi lasciare un’azienda soltanto perché fai straordinari.

Sarebbe una semplificazione.

Devi guardare l’intero contesto.

Quanto frequentemente accade?

Come stai?

Che impatto ha sulla tua vita?

Hai possibilità di intervenire?

Il problema riguarda un periodo oppure è strutturale?

Puoi parlarne con qualcuno?

Esistono prospettive concrete di cambiamento?

E soprattutto:

è questo il modo in cui vuoi continuare a vivere il tuo lavoro nei prossimi anni?

Se la risposta comincia a diventare negativa, non significa che domani mattina devi presentare le dimissioni.

Puoi iniziare a costruire un’alternativa.

Con metodo.

Con tempi realistici.

Con una strategia.

Ho approfondito proprio questo passaggio nell’articolo dedicato a come cambiare lavoro e uscire da un ambiente di lavoro tossico.

Quando lo straordinario diventa ordinario, il problema è la cultura

Alla fine tutto si riduce a una distinzione molto semplice.

Una sera lavori più del previsto?

Può capitare.

Un progetto ti costringe a fare uno sforzo particolare?

Può capitare.

Una settimana è infernale?

Può capitare.

Ogni settimana è infernale?

Allora no.

Forse non sei più davanti a un’eccezione.

Se per svolgere normalmente il tuo lavoro devi utilizzare sistematicamente ore che dovrebbero appartenere alla tua vita personale, non stai semplicemente facendo qualche straordinario.

Stai lavorando all’interno di un’organizzazione che ha costruito il proprio funzionamento anche su quel tempo.

E questa è la frase che vorrei lasciarti:

quando lo straordinario diventa ordinario, il problema non è più l’orario. È la cultura aziendale.

E una cultura che considera normale consumare continuamente il tempo delle proprie persone può essere uno dei segnali più evidenti di un’azienda tossica.

Vuoi capire se lavori in un’azienda tossica?

Nel mio libro Aziende tossiche – Come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità approfondisco le diverse forme che può assumere la tossicità sul lavoro: leadership, carichi e ritmi insostenibili, rapporti tra colleghi, turnover, assenza di crescita professionale e tutti quei comportamenti che, lentamente, rischiamo di considerare normali.

Ma soprattutto il libro è pensato per chi si è accorto di non stare più bene e vuole iniziare a costruire una via d’uscita concreta, senza limitarsi a scappare da un problema per ritrovarsi dentro un altro.

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Chi sono

Mi chiamo Jacopo Bagaglio e sono consulente di carriera, career coach e Formatore

Dopo oltre dieci anni nel mondo delle Risorse Umane e della selezione del personale, oggi aiuto professionisti, manager e neolaureati a fare chiarezza sul proprio futuro professionale, valorizzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza i momenti di cambiamento.

Sono autore del libro “Aziende tossiche: come uscire da un ambiente di lavoro tossico e ritrovare la felicità” e credo che le decisioni più importanti della nostra carriera nascano prima di tutto dalla conoscenza di sé.

Se vuoi conoscere meglio il mio lavoro o capire come posso aiutarti, puoi visitare il mio sito o contattarmi direttamente.

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